Simone Verde


22 novembre 2011
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Zapatero ha fallito perché “leggero”. La sinistra curi l’economia

Alain Touraine sulla crisi della socialdemocrazia europea

 
Alain Touraine

«Perché la sinistra perde ovunque? Perché resta legata agli anni Ottanta e Novanta». Secondo il sociologo Alain Touraine, – uno dei primi a parlare in assoluto di “post-industrializzazione” – il problema sta proprio nella fuga del lavoro, nella scomparsa delle imprese e della produzione «in nome di categorie poco chiare e artificiali come “economia dei servizi” o “economia della conoscenza”.
Attenzione – ci tiene a sottolineare –, io non credo nel ritorno della siderurgia o dell’industria pesante. Ma, compatibilmente con il progresso tecnologico e con l’ecologia, bisogna pur produrre, per avere ricchezza».
Fine, insomma, della prospettiva post-industriale che ritagliava all’Occidente il ruolo di direzione, di accumulazione delle risorse finanziarie dell’economia mondiale, lasciando partire il lavoro altrove. «Questo progetto – afferma Touraine – si è rivelato illusorio. Così come il sistema di accumulare debito per compensare gli introiti perduti, sfruttando una credibilità economica che i nostri stati non hanno più. Ora tocca pagare».

Come spiega una sconfitta così sonante per il Psoe, quando la destra, più vicina alla cultura che ha prodotto la crisi, non ha presentato neanche la lista delle misure che intende adottare?

Ero in Spagna poco tempo fa e posso dirle che la vittoria dei popolari, per quanto scontata, non è vissuta da nessuno come una festa. È la conseguenza inevitabile di scelte errate fatte da Zapatero. Il quale, non solo ha affrontato il problema della deindustrializzazione con leggerezza, ma alla fine ha quasi abbassato le braccia, comunicando un senso di impotenza che non poteva non essere sanzionato dagli elettori.

La scommessa del leader spagnolo era su una liberalizzazione della società come presupposto per la dinamizzazione dell’economia.

Un approccio decisamente leggero. Direi che tutte queste categorie dei centrosinistra europei sono vaghe e generiche. Mi spiega cosa significa “economia dei servizi”? Le banche, lo devono prestare o no a qualcuno il denaro? E per fare questo non c’è bisogno di soggetti che abbiano intenzione di creare ricchezza, con il lavoro, con l’impresa? Insomma, nel caso di Zapatero, la liberazione dei costumi o l’emancipazione delle minoranze e dei giovani, per quanto lodevole, non poteva bastare. Ci voleva, piuttosto, un progetto industriale. Tanto più che la Spagna era ormai da tempo un paese a monoindustria, quella delle costruzioni. Ci rendiamo conto che la quantità di metri cubi tirati su equivaleva al 40 per cento di quelli costruiti negli Stati Uniti? Insomma, non poteva che andare a finire così, tenuto conto che questa crisi è nata come crisi dei mutui subprime.

La situazione spagnola è condivisa da molti paesi europei. In particolare a sinistra, dove vige una certa afasia rispetto alle soluzioni e alle radici della crisi. Come lo spiega?

In Spagna la situazione di fondo è addirittura migliore che in altri paesi, come l’Italia, per esempio. Dove vige una società opposta a quella che ci vorrebbe per garantire un certo dinamismo economico. In termini di cultura politica, lo spiego con la subalternità al modello anglosassone, di stampo blairiano. Un modello non esportabile, visto che servizi, in Gran Bretagna, significa finanza.
Mica abbiamo tutti la City. Un modello che ha dato vita a un equivoco che ha pesato ovunque. Negli ultimi decenni, infatti, abbiamo assistito alla fine della società, alla scomparsa dell’industria e all’allentamento dei vincoli comuni tra i cittadini dei nostri paesi, dovuto allo sfarinamento del sistema economico nel suo complesso. Fenomeni irreversibili cui, però, non ha corrisposto la necessaria riflessione.

Pesa anche la trasformazione dei cittadini in consumatori?

Ancora una volta, per consumare si deve produrre. La sinistra, che avrebbe dovuto difendere questo tema, vicina come dovrebbe essere alla cultura del lavoro e all’equità, non ha assolto al suo compito ma ha pensato di cavalcare il tema della terziarizzazione dell’economia, come panacea per il conflitto sociale. Ecco perché siamo messi come siamo messi. Al punto che dopo la crisi del 2008, invece che a un nuovo attivismo abbiamo assistito alla scomparsa di ogni movimento sindacale.

La Germania, però, ha elaborato un altro modello.

Quella doveva e dovrebbe essere la strada da perseguire. Quella di una politica industriale che tiene conto della globalizzazione ma che non abdica alla propria missione. Guardi la Francia, divisa e in crisi di identità: era un paese tra i più competitivi nella produzione tecnologica.
Chi può rilanciare il tema di una nuova modernità, un nuovo progetto di sviluppo all’altezza del mercato globale e dei problemi dell’ambiente? In attesa, la sinistra perde il Portogallo, la Grecia e la Spagna. Quanto all’Italia non mi sembra pronta a vincere e in Francia il risultato non è scontato.






Un Commento


  1. Tra le tante verità con cui la crisi attuale ci costringe a confrontarci ve n’è una che riguarda la forza dell’ideologia. La resilienza dell’ideologia dominante, la capacità di tenuta del “pensiero unico” si è dimostrata tale che persino entro la crisi del capitalismo peggiore dagli anni Trenta tutti i luoghi comuni che di quella ideologia avevano costituito l’ossatura nei decenni precedenti hanno continuato a operare, per così dire fuori tempo massimo e in un contesto che ne rende evidente la falsità teorica e la dannosità sociale.

    La razionalità dei mercati, lo Stato che deve dimagrire, la necessità delle privatizzazioni, le liberalizzazioni come toccasana, la deregolamentazione del mercato del lavoro come ingrediente essenziale della crescita: praticamente nessuno di quei luoghi comuni, che proprio la crisi scoppiata nel 2007 si è incaricata di smentire clamorosamente, ci viene risparmiato dagli attori e dalle comparse che occupano la scena politica.
    Il problema è che, di mistificazione ideologica in mistificazione ideologica, il distacco dalla realtà aumenta sino a diventare patologico. È quello che accade quando si suggerisce, come terapia per i problemi che stiamo vivendo, di più delle stesse misure che hanno creato quei problemi.

    Questo distacco dalla realtà, tipico delle élite politiche che stanno per essere travolte dalla storia, si percepisce distintamente quando si leggono le dichiarazioni di intenti che concludono i vertici europei, i comunicati degli incontri tra capi di governo, le interviste di ministri e presidenti del consiglio, “tecnici” o meno.

    E pensare che, se non venisse letto attraverso le lenti dell’ideologia neoliberista, quello che sta accadendo sarebbe in grado di illuminare la vera storia di questi ultimi decenni dell’Italia e dell’Europa.

    A cominciare dal vizio di fondo dell’Unione Europea.

    Che ha dato vita al suo interno ad un’unione monetaria sbilenca (chi ha detto che “non si tratta di un’area valutaria ottimale” ha espresso lo stesso concetto).

    Sbilenca perché alla moneta comune non si è affiancata una politica economica comune. E questo non è potuto avvenire perché all’interno dell’Unione (e anche nell’eurozona) non si è voluto che ci fosse una politica fiscale comune. Il meccanismo tecnico attraverso cui questo è avvenuto si chiama “decisioni all’unanimità” sulle politiche fiscali.
    In assenza di regole fiscali comuni (ossia di soglie minime di tassazione e di aliquote fiscali uniformi nei diversi Stati dell’Unione), le imprese hanno potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi in cui la fiscalità era più conveniente (vedi alla voce Irlanda). Questo a sua volta ha ingenerato una concorrenza al ribasso tra le fiscalità e quindi una tendenziale riduzione delle tasse medie sulle imprese su scala europea (in qualche caso nella forma di aliquota più basse che in passato, in altri – come nel caso del nostro Paese – di un ampio e tollerato ricorso all’evasione fiscale). Tutto questo ha avuto diversi effetti negativi. In primo luogo – siccome i vincoli di Maastricht imponevano comunque soglie basse di deficit – vi è stato un aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (ed in particolare sui lavoratori dipendenti) e una riduzione delle prestazioni sociali erogate dagli Stati, indebolendo anche per questa via la domanda interna nei Paesi dell’Unione. In secondo luogo (lo si è visto dal 2009 in poi) l’assenza di una politica economica comune ha reso questa crisi impossibile da governare.
    L’altro ambito cruciale in cui il meccanismo delle decisioni all’unanimità ha consentito di non uniformare le legislazioni è quelle delle politiche sociali e dell’impiego. Standard di protezione, livelli salariali, stipendi minimi: tutto questo non è stato comunitarizzato, ma è rimasto a livello nazionale.



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