Simone Verde


19 novembre 2011
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Rodčenko e il medioevo sovietico

a Palazzo delle Esposizioni fino all’8 gennaio 2012

 
Rodčenko e il medioevo sovietico

Il Palazzo delle Esposizioni inaugura la stagione con un ampia mostra sulla pittura sovietica, accompagnata da una ricchissima e forse un po’ magmatica retrospettiva su Rodčenko, e torna a guardare in filigrana al rapporto tra estetica e società nel mondo comunista, cercando di valorizzare il contributo soggettivo degli artisti al di là dei limiti imposti dall’ideologia e dal totalitarismo.
Il risultato è una successione di tele ammalianti quanto le sorti magnifiche e progressive, di un accademismo ineccepibile e spettacolare come soltanto la disciplina sovietica poteva regalare. Ma anche un’efficace ricostruzione degli anni che vanno dal 1920 al 1970, con la codificazione del “realismo socialista”, fino alla ribellione sotterranea degli anni di Breznev.
Nella settantina di opere esposte, perciò, si passa dalle sperimentazioni cubo-futuriste di Filonov che fanno il verso a Robert Delaunay, dal costruttivismo di Rodčenko al realismo poetico-socialista di Deineka, fino alla critica corrosiva di Korzhev contro gli effetti devastanti della dittatura e della guerra.

A caratterizzare questo percorso è il sopravvento dell’accademismo e il rifiuto del modernismo, giudicato prodotto astruso della borghesia capitalista. In fondo non stupisce che un regime che ha coniugato nel burocratismo produttivista l’arretratezza di un immenso impero medievale e la vitalità industriale della sua piccola porzione urbana, abbia emarginato l’avanguardia a favore di un’estetica dell’operosità e della gerarchia. Feudale e industriale allo stesso tempo. Partendo da quest’ipotesi di una corrispondenza tra arte e società, perciò, la mostra, curata da Matthew Bown, Evgenija Petrova e Zelfira Tregulova, prova a guardare più a fondo nella pittura sovietica, liberandola dal sospetto di essere solo un prodotto totalitario.

La tesi non è nuova, ovviamente, ed era stata avanzata già subito dopo la caduta del muro quando ci si aspettava che dal blocco comunista – giudicato più vicino alla realtà del sociale – arrivasse un rinnovamento dell’arte europea, persa in elitarie astrazioni. Numerose erano state le iniziative, le retrospettive e gli scambi internazionali. Che non hanno dato frutti, però, lasciando spazio alla delusione e al ritorno dei pregiudizi.
Ora che un po’ di tempo è passato, invece, sembra di nuovo possibile guardare a un capitolo così ampio della storia dell’arte con la dovuta distanza critica. Obiettivo dichiarato delle due mostre appena approdate a Roma (e aperte al pubblico fino all’8 gennaio 2012).






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