Simone Verde


18 novembre 2011
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La religione del contemporaneo

L'arte e il culto del consumo in Fumaroli e Clair

 
La religione del contemporaneo

Fa davvero così freddo in questo inverno della cultura? Almeno così sembrerebbe a leggere due pamphlet che vengono da altrettanti “immortali” dell’Academie française. Parigi-New York e ritorno del come al solito grafomane ed esilarante Marc Fumaroli e L’Hiver de la culture – per l’appunto – dell’agile e provocatorio Jean Clair. Due libri che menano quasi all’unisono. Conservatori, certo, e anche un po’ nostalgici – quelli in cui Parigi, e non New York o Shanghai, era la capitale dell’arte –, ma che, messi assieme, non mancano di suggerire i fondamenti di un’antropologia del contemporaneo. Primo tra tutti, l’identificazione progressiva della cultura estetica con il marketing e con la moda, con il lento snaturamento e la “dissacrazione” dei musei e delle mostre in luoghi di mondanità profana.
Il motivo è semplice e risiede nel lungo e tortuoso cammino che nel Novecento avrebbe portato l’arte a volersi identificare sempre più con la vita. Il primo passo di questo processo fu senza dubbio la scelta convenzionale di erigere un orinatoio, una pala o una ruota di bicicletta a capolavoro. Siamo tra il 1913 e il 1917 e Marcel Duchamp, in piena esplosione dadaista, colse Paris-New York et retour, coverpiù di ogni altro il potenziale di trasformazione dell’industria, dove i meccanismi della crescita avrebbero portato a trasformare il concetto illuminista di cittadinanza in diritto al consumo. Ebbene, quale rivoluzione più grande di questa, in cui gli altari della religione democratica dedicati al progresso della ragione sarebbero stati sostituiti da vetrine piene di merci, dove l’arte non è più un oggetto da contemplare, ma una cornucopia stracolma di prodotti: un ornamento da consumare, un mezzo di libertà da vivere o un abito da indossare?
Con la caustica ironia che gli è propria, Fumaroli dedica dense pagine al fenomeno cosiddetto della “barnumizzazione” dell’arte. A dire il vero, il termine è un neologismo coniato dall’autore, ispirato alla figura fuori dal comune di Phineas Taylor Barnum, inventivo dell’immateriale, autore del museo omonimo che in pieno Ottocento praticava su vasta scala un’immensa giostra fatta di diorama, cinerama, musei delle cere e altre forme di intrattenimento, commercializzate con la prima campagna pubblicitaria nella storia dell’industria culturale.
Con finezza, l’accademico di Francia ritesse i fili che dal fondo della cultura statunitense, priva di tradizione e tutta evangelicamente centrata sulle capacità produttive del presente, hanno portato alla nascita del contemporaneo, secondo la volontà di «un dio americano, attivista, che ha cancellato dalla Genesi il riposo del settimo giorno e ricrea il mondo in continuazione». Quello stesso dio che, parlando per bocca di Barnum, avrebbe ispirato le provocazioni pubblicitarie di Walt Kuhn, mediocre pittore modernista ma inventore geniale, nel 1913, del marketing della prima mostra di arte moderna d’oltreoceano: l’Armory Show.
Uno spettacolo, appunto, che più tardi si sarebbe detto performance, happening. Cosa di più contemporaneo? Stando a Marc Fumaroli e a Jean Clair, inizierebbe da qui l’inverno della cultura. La scomparsa di ogni autonomia di fronte alle esigenze del mercato e dell’entertainment. In particolare, la perdita d’identità dei musei, fino ad allora edifici sacri del culto laico della ragione o della nazione, poi luoghi di passeggio e di turismo dove i bookshop, i restaurant, i gadget occupano sempre più spazio, e le folle passano di sala in sala, solcando solai secolari, come si farebbe in uno shopping mall.
Il tutto, improntato a quel diritto al consumo che è la promessa e la religione del contemporaneo, che mette a repentaglio la durata delle opere nel tempo e demistifica la loro supposta eternità.L'hiver de la culture, coverD’altronde il suo idolo non è proprio quello della creazione usa e getta? Sempre in ambito francese, lo aveva intravisto cinquant’anni fa André Malraux nel suo Museo immaginario, che dalla concretezza materiale delle reliquie, antesignane delle collezioni museali europee, si sarebbe arrivati al culto delle immagini, virtuali, che non stufano mai poiché si creano e si distruggono in un clic. Per la verità, Malraux nel suo museo immateriale vedeva il trionfo dell’intelletto e delle sue astrazioni, e mai avrebbe potuto pensare al feticismo consumista dell’iconografico.
Fatto sta, sottolinea sagacemente Fumaroli, che a prendere il posto delle cappelle e delle gallerie d’arte, sarebbero oggi niente di meno che le fermate di autobus Decaux. Trasparenti, sparse ovunque, dove i cittadini-consumatori ricevono ogni giorno, dai manifesti girevoli e luminosi, la dose di riferimenti culturali necessari. Dove i pannelli pubblicitari scintillanti, che spesso strizzano l’occhio all’arte, impongono il gusto suadente e patinato che detta poi legge ai musei e agli artisti. Persino ai restauratori, chiamati a trasformare le opere del passato in oggetti che brillano, futili e appetitosi.
Come sempre eternamente nuovi e pronti al consumo. Nei due saggi di Fumaroli e Clair, ovviamente, si sente forte la nostalgia per il mondo perduto e per un ruolo di indirizzo del pubblico che ormai non c’è e che probabilmente è destinato a non esserci più. Si avverte anche la frustrazione per un’egemonia esaurita, quella francese, di un paese che non riesce a confrontarsi con la globalizzazione. A tal punto che larghissima parte dei due volumi è dedicata alla centralità dei begli anni andati e all’eventualità, probabilmente velleitaria, di una ricostruzione del pubblico come una volta. Questo sguardo legittimamente partigiano, però, non impedisce di riconoscere, come si è visto, le radici antropologiche del contemporaneo. Le promesse metafisiche di cui si alimenta.
Non ultima, quella rappresentata simbolicamente dai valori speculativi dell’arte, dove il salire e lo scendere delle quotazioni, esprime la capacità quasi divina di creare denaro dal nulla. E dove il valore smisurato delle opere è un emblema di una concentrazione della ricchezza indefinita, il cui potere può competere soltanto con quello tradizionalmente associato con l’idea di Dio. Insomma, che piaccia o meno, l’ideologia del contemporaneo è una vera e propria weltanschauung. E quindi, è una cosa seria con cui fare i conti.







  1. Hans Castorp

    quello che criticano dell'arte contemporanea e del presente è proprio la forza innovatrice dell'arte contemporanea e del presente


  2. simone verde

    Caro Hans, sono lontano dal condividere gli accenti conservatori della critica fatta dal duo Fumaroli-Clair, la forza innovatrice del contemporaneo mi sembra attualmente in crisi.



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