Simone Verde


2 novembre 2011
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Kounellis sulle vie della seta

Modernità e antichità nella prima personale dell’artista in Cina

 
kounellis

Non c’è neanche un mobile, una suppellettile di plastica nella casa-studio romana di Jannis Kounellis. Come nelle opere, il suo universo domestico è fatto di materie prime in cui è possibile riconoscere il lavoro manuale. «In fondo sono legato all’Ottocento – afferma – all’epopea di quel secolo. Mi piace soprattutto il ferro lavorato dagli uomini».
Le sue opere, fatte a terra e solo dopo messe in verticale, cioè, parlano di una capacità poietica dove conta il coinvolgimento diretto dell’autore, una responsabilità concreta che nulla ha a che fare con la dimensione virtuale del contemporaneo. Una tensione coerente e costante, presente anche nella personale che aprirà il 18 novembre prossimo al Today Museum di Pechino.

Anche in Cina si è incaricato di fare la coscienza critica della modernità?

No, della modernità c’è bisogno come della forza umana che permette lo sviluppo. Di una modernità che significa lavoro, rapporto fisico con gli elementi, un equilibrio antico tra natura e civiltà che oggi fa difetto. La modernità, dal mio punto di vista, è l’apice dell’antichità. La mia estetica, infatti, ruota attorno al ferro, al legno lavorato, al carbone. Le unità metalliche che uso a supporto delle mie opere hanno le dimensioni di un materasso, disegnano un canone spaziale costruito attorno al corpo umano, così come dovrebbe essere per la nostra società.
Quanto al modernismo, all’astrazione utopica che rappresenta, è tutta un’altra storia.
I lavori di questa mostra non parlano della capacità tecnologica della Cina contemporanea, ma espongono i relitti di una tradizione.
La mia vuole essere la riflessione di un umile viaggiatore. Che girando per i mercati di Pechino ha visto vendere e comprare ciotole, vasi rotti.
Ma cosa ci facevano mai con questi pezzi di porcellana? Ecco, finché in un paese che rade al suolo intere città per ricostruirle, che rompe tutto e di tutto, si continueranno a riciclare i pezzi che restano, allora resteranno le risorse necessarie al futuro. Questo passato, questo maledetto passato serve. Tanto più se vogliamo mantenere un’integrità nel mondo globale e garantirci una rinascita.

Eppure, il mondo contemporaneo è quello del consumo del presente, senza passato e senza futuro.

Dipende di quale contemporaneo si parla. Quello che privilegia le proprie radici moderne non ha mai rifiutato il passato. Malevic era panslavista, Kandinsky anche. In Picasso si sente la presenza della tradizione in ogni dettaglio. La nostra modernità ha avuto sempre un aggancio retrospettivo, secondo una logica “rinascimentale”. Non ha proposto la nascita da un nulla utopico e velleitario, ma una rinascita. Ecco, questo è il fattore che ci vuole, un rinascimento pacifico che crea stabilità ed equilibrio, che aiuta a non perdere il senso del limite.

Ma proprio le culture europee depositarie di questo passato, quelle del Sud, sono oggi più in crisi delle altre.

Perché hanno rinunciato alla propria identità, scavando una profonda cesura con ciò che sono state.
Si sono gettate acriticamente in un contemporaneo finanziario a loro estraneo dove si fa ideologicamente astrazione dai limiti imposti dalla realtà e dalla natura, esponendosi ai rischi che ora spericolatamente corrono.

Arrivato a Roma nel 1956, da italiano che ha scelto espressamente di esserlo, come vive oggi la crisi culturale del nostro paese?

L’Italia è da sempre luci e ombre. È il Rinascimento, ma anche le leggi razziali, l’umanesimo napoletano o il colonialismo violento e incivile. Ha dentro di sé una storia, però, un repertorio di idee iscritte nella geografia delle sue mille città, dove l’equilibrio è una cosa concreta. Dentro di noi ci sono figure come Masaccio. È lì la nostra risorsa, ed è da lì che possiamo sempre ripartire.

Lei si è sempre definito pittore, pur avendo praticato la trasversalità di linguaggi tipica dell’arte contemporanea. È anche qui un omaggio alla tradizione?

Io sono un pittore. Ma non pittore inteso come colui che dipinge con il pennello. Io sono uno “zografos”, un disegnatore di vita. Non è un lavoro artigianale, è la capacità di far esistere tipica di un demiurgo. È qui il senso delle ceramiche rotte che ho comprato sui mercati cinesi. Perché il mio mestiere è far emergere le trame culturali della vita, esporre l’intensità dei suoi frammenti, non straparlare sopra di essi. Per questa ragione mi piace accostare il mio lavoro alla poetica letteraria dell’ermetismo, dove non si va a cercare il senso estetico oltre, al di là delle parole, ma dentro di esse.






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