Simone Verde


5 ottobre 2011
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L’amico di Sandro

Filippino Lippi alle Scuderie del Quirinale

 
Filippino Lippi, Storia di Virginia

Le Scuderie del Quirinale ripartono con Filippino Lippi, mostra piacevolmente ben curata da Alessandro Cecchi. Senza particolari captatio benevolentiae, con un apparato critico semplice ed esaustivo, con sale sgombre, senza orpelli scenografici: solo qualche incurvatura nel muro, a suggerire forse le cappelle brunelleschiane di Santo Spirito. A suggerire, quindi, non a imporre didascalicamente, come spesso avviene, lo spazio sacro in cui erano originariamente collocate alcune delle opere. Unica perplessità, la confezione del catalogo, buono per i contenuti, ma laccato d’oro di taglio e rilegato in tela con la Madonna Adorante degli Uffizi stampata sopra. Quasi che fosse proprio l’originale – per altro su tavola – a rivestire il tutto (il che spiega forse il prezzo poco accessibile: 49 euro).
Filippino Lippi, St Jerome 1490Probabilmente, l’intento dell’editore è di suggerire la preziosità di Filippino, figlio e allievo di Filippo Lippi, e poi aiuto nella iperprolifica bottega di Botticelli. Al punto che il Berenson, incapace di individuare la sua personalità, per le figure uscite dalla sua mano avrebbe parlato dell’amico di Sandro, attribuendogli numerose opere dell’atelier del maestro. Preziosa, perciò, l’arte di Filippino, in una Firenze lontana dalla Repubblica degli inizi e ben avviata alla stabilizzazione della Signoria, fino alla parentesi turbolenta del Savonarola. La sua, è una pittura lontana dal razionalismo delle virtù civiche di Masaccio (di cui pure si trovò a completare il ciclo di affreschi della Cappella Brancacci a Firenze), vicinissima al linearismo gotico, agli effetti cromatici dei fiamminghi. Con una tempera che imita le trasparenze e la densità cromatica dell’olio, che cede al gusto per il lusso e per l’occulto dell’emergente borghesia finanziaria di quegli anni.
Anni, in questo, vicini ai nostri, che la mostra ripercorre con giusta attenzione al panorama politico senza mancare nessuna delle opere che necessariamente dovevano esserci. L’Apparizione della Vergine a San Bernardo, la Madonna Strozzi del Metropolitan o il torturatissimo San Girolamo degli ultimi anni, carico di accenti nordici. Questo, senza mancare neanche i giusti riferimenti che si devono al contesto. Come la Madonna con il bambino di Filippo Lippi, dalla Galleria Palatina, o il Mardocheo del Botticelli, proveniente dalla collezione Pallavicini, di solito custodita gelosamente dall’altro lato della strada, nel palazzo di fronte alle Scuderie, e che già da sola vale una visita alla mostra.






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