Simone Verde


5 agosto 2011
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L’estate disperata di Ségolène

Quando cala il sipario

 
Ségolène Royal

Davvero non c’è che dire, la Royal ce la sta mettendo tutta. Dopo aver sognato di diventare presidente, è ormai costretta al manuale di sopravvivenza del candidato di serie b. Primo, darsi al bluff. E’ così che, come raccontava ieri Libération, si è fatta lasciare le chiavi del partito, della storica sede di rue Solférino e fa finta che sia casa sua. Mentre gli altri concorrenti girano il paese, non fa che rilasciare dichiarazioni e conferenze stampa dal podio più alto. Approfittando della loro comprensibile indolenza, invita i giornalisti politici obbligati a rimandare le ferie a banchetti di lavoro dove lo champagne è distillato gratis. «Ségolène ha il piacere di invitarvi a colazione per uno scambio di vedute», il testo dell’invito. All’ultima di queste, raccontano i presenti, c’era una ventina di persone, tutte comodamente sedute nella grande sala della direzione, moralmente obbligate a far uscire almeno un trafiletto. D’altronde, d’estate lo spazio non manca.

A chi le chiede, «e le vacanze?», lei pronta risponde: «Ho già preso una pausa prima, e poi non è impossibile conciliare il lavoro e il riposo. State tranquilli, non arriverò sfinita all’appuntamento». E poi: «Sono impegnata per vincere». Difficile da credere, visti gli ultimi, sconfortanti sondaggi. E vista l’ironia inusuale con cui Libé la sferza sulle sue pagine, risarcimento avvelenato per gli inviti di mezzogiorno. Ironia che in genere si riserva ai sicuri perdenti e che non risparmia, sotto traccia, neanche il suo prossimo libro in uscita il 20 agosto, Lettera a tutti i rassegnati e agli indignati che vogliono delle soluzioni. Uno stralcio della missiva? «Voglio chiarire la mia visione della Francia e il modo in cui intendo essere la candidata e – spero – la presidente delle soluzioni». Per questo, il primo imperativo è comunicare, anche a costo di rimanere asserragliata a rue Solférino finché gli altri sono fuori.

Ségolène Royal, La FranceE poi? Poi, quando le stanze torneranno a riempirsi dei loro titolari, eccola in giro per il paese a rivendicare il bilancio felice della regione – per la verità non di primaria importanza – da lei presieduta, il Poitou-Charentes. «Venticinque viaggi internazionali », «diciassette università popolari », «una sessantina di spostamenti sul territorio», e il suo laboratorio di sperimentazione di “democrazia partecipativa”. Insomma, tutto, pur di allungare la lista. Una cantilena che risuonerà un po’ ovunque, dalla Corsica, alla Rochelle e nella banlieue parigina, a Montreuil. Sempre, c’è da aspettarselo, reiterando la stessa lamentela degli ultimi mesi, la carenza di faccia a faccia con i favoriti, François Hollande e Martine Aubry, che la staccano di gran lunga. D’altronde, per poter riprendere un po’ di statura, Ségolène ha bisogno di ravvivare l’iconografia fortunata di quando candidata contro Sarkozy lo era davvero e quindi di farsi vedere nella pugna dei dibattiti polemici.

Ecco perché, come un disco rotto, dichiara: «Ho alle spalle venticinque anni di vita politica, sono stata candidata alle presidenziali e ho raccolto diciassette milioni di voti sotto il mio nome, un patrimonio che porto con me dal 2007». Per gli analisti più generosi, la strategia un po’ disperata per tornare présidentiable. Per i più maligni, la mossa di chi vuole rientrare in scena a ogni costo. Ora che, passato il quarto d’ora di celebrità che la politica contemporanea non rifiuta a nessuno, il sipario sembra calato.






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