Simone Verde


29 giugno 2011
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L’arte antica trova casa?

La nuova ala della Galleria nazionale d'arte antica di Roma

 
Palazzo Barberini

Una vicenda lunga quasi quanto la storia dell’Italia unita. Ci sono voluti 118 anni per vedere finalmente titolare di tutti i suoi spazi, la Galleria d’arte antica di Roma. Istituita nel 1893 per consegnare alla nuova capitale un museo didattico e nazionale come nelle altre città europee, in un primo tempo destinata a Palazzo Corsini e dal 1949 trasferita a Palazzo Barberini, dopo una tortuosa sequela di conflitti amministrativi si offre finalmente al pubblico con 1500 opere esposte. Una questione tutta italiana di malgoverno?

In parte, ma non solo. Perché a ostacolare la nascita di musei come questo, pensato come servizio al pubblico e alla divulgazione dell’estetica sulla scia del museo enciclopedico illuminista, è anche la particolare tradizione museologica del nostro paese che, nel periodo di formazione delle istituzioni nazionali, non ha svolto fino in fondo la propria funzione civile e didattica. Una sfortuna, poiché la parzialità del programma culturale dello stato unitario avrebbe permesso l’esodo di centinaia di migliaia di opere sul mercato internazionale e una fortuna perché la mancata alienazione di gran parte dell’eredità artistica e culturale avrebbe lasciato sopravvivere fino a oggi una rete incomparabile di collezioni private dove le opere continuano a coesistere nel palinsesto originario del gusto.

Che tanti musei italiani siano legati al collezionismo privato, perlopiù delle grandi casate nobiliari, però, è forse un caso, in un paese che si vuole fondato sulla famiglia e non sulla cittadinanza individuale? E la tortuosa vicenda di palazzo Barberini non dimostra che sarebbe necessaria una riflessione più approfondita, una maggiore attenzione sul ruolo dei musei intesi come servizio pubblico, come strumenti didattici a disposizione di studenti e cittadini? Nel rispetto delle istituzioni esistenti, alla valorizzazione e alla tutela non andrebbe aggiunta una nuova voce disgiunta dal profitto, la divulgazione, la creazione di nuovo pubblico informato? Domande inevase che dopo una lunga vicenda tortuosa trovano una piccola risposta.

Nella struttura cronologico-critica della collezione di Palazzo Barberini, piccola e disomogenea per una pinacoteca nazionale che, malgrado il restauro spaventoso per cattivo gusto e per totale insensibilità filologica, offre alcune opere di assoluta qualità, arricchita di capolavori come un Angelo custode di Pietro da Cortona, il Ritratto di Urbano VIII del Bernini, una Veduta di Piazza san Marco del Canaletto, il Banchetto del ricco Epulone di Mattia Preti e così via.






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