Simone Verde


27 giugno 2011
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Una lunga estate de’ Noantri

La cultura al tempo di Alemanno

 
Lungo Tevere

Più che estate romana sembra la più lunga festa de’ Noantri di sempre, quella presentata ieri dall’assessore capitolino alla cultura, Dino Gasperini. Senza fare i nomi degli artisti, al cui lavoro va sempre il massimo rispetto, il cartellone offre Notti di musica spumeggiante tra i valzer di Strauss e La vedova allegra nel cortile di Sant’Ivo alla Sapienza, un po’ di melodrama per i 150 anni dell’Unità d’Italia e gala come Abrazame tango o Flamenco al desnudo a villa Pamphilj.

Centodiciassette manifestazioni, eventi a non finire, una decina di nomi noti, tutti italiani, cioè, e poca qualità. Sintesi perfetta dello stato dell’arte, il titolo della mostra di Forattini all’Aranciera Bilotti: Viva l’Itaglia. Spicca l’assenza di un qualsiasi asse strategico e di una mission, se non quella di riempire strade e piazze per dimostrare che la classe politica c’è. Soprattutto, un’offerta indirizzata solo ai romani, senza nessuna apertura internazionale, non tanto per fare bella figura e lavorare all’immagine della città, quanto per attrarre turismo culturale qualificato. Quello – per non volare troppo in alto – che resta di più e spende di più.

Rimangono, ovviamente, istituzioni di vecchia data coma il festival Jazz di villa Celimontana, le rassegne Locarno e Cannes a Roma, il Festival delle letterature, l’opera a Caracalla e così via. Due buone idee, l’apertura notturna dei musei comunali il sabato (fino all’una) e l’investimento sui giovani che animeranno l’80 per cento degli eventi, anche se viene il sospetto che il loro coinvolgimento sia pensato per risparmiare e moltiplicare le attività.

Da Roma, però, ci si sarebbe aspettato di più, a cominciare da un approccio da servizio pubblico – visto che vengono erogati fondi – e investimenti in vista di un progetto capace di rendere più competitiva la comunità. Sarebbe bastato molto poco, cercando per esempio di promuovere il pluralismo, di colmare seriamente le lacune della già scarsa stagione invernale, a cominciare da quella teatrale, o di occupare stabilmente una delle tante nicchie del contemporaneo in cui la città potrebbe assumere una posizione leader in Italia e in Europa.

La responsabilità, certo, non è solo dell’amministrazione capitolina, ma di una classe politica che ha scoperto il legame tra cultura e propaganda e che in questo campo predilige l’intrattenimento compiacente al servizio pubblico, tanto più ora che le elezioni sembrano avvicinarsi inesorabilmente. Niente di male, ovviamente, se non fosse che questo approccio denota uno spirito profondamente illiberale, in cui stato, regioni e comuni arrogano a sé, spendendo fondi pubblici, funzioni che potrebbero svolgere benissimo i privati.






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