Simone Verde


26 giugno 2011
Twitter Facebook

Ritorno a Keynes

Le amnesie opportunistiche del neoliberismo

 
Ritorno a Keynes

Dopo la crisi finanziaria, la comunità scientifica ha discusso a lungo di un «ritorno a Keynes». Sul tema sono stati organizzati convegni e sono stati scritti libri, tanto più che il suo pensiero costituisce da sempre la giustificazione migliore per l’interventismo dei governi e per il salvataggio delle banche.

A tre anni di distanza, però, tranne alcune misure varate in ordine sparso, la finanza ha ripreso a macinare miliardi in attività speculative e gli stipendi degli hacker hanno ricominciato a salire. Il revival, cioè, si è rivelato un fuoco di paglia. A sostenerlo è Luca Fantacci, studioso di storia monetaria e finanziaria, docente alla Bocconi e autore di una curatissima antologia degli interventi keynesiani alla conferenza di Bretton Woods: Eutopia, proposte per una moneta internazionale (Et al / Edizioni, 19 euro). «Non un’utopia, ma una “eutopia” – scrive Fantacci nell’introduzione alla raccolta – non un piano irrealizzabile, ma un progetto possibile, in grado di creare uno spazio ben costruito per un incontro equilibrato tra popoli».
A motivare l’iniziativa editoriale, la convinzione che gli squilibri economici che hanno dato vita alla crisi siano rimasti a tutt’oggi di fatto invariati e che siano gli stessi cui vanno attribuite le pericolose fluttuazioni dell’ultimo trentennio, con radici storiche che risalgono addirittura al 1944. «La crisi attuale – scrive Fantacci – è figlia di Bretton Woods e degli squilibri cui ha dato luogo». All’origine del crack, cioè, ben oltre la bolla speculativa dei mutui subprime, ci sarebbe la scelta del dollaro come moneta internazionale di riferimento. Una scelta maturata per garantire la centralità degli Stati Uniti negli equilibri economici del dopoguerra che alla lunga avrebbe alimentato una contraddizione crescente tra le esigenze dell’economia nazionale e quelle del commercio internazionale, fino alla recente esplosione del sistema.

Eutopia, coverIl meccanismo largamente anticipato da Keynes, cioè, starebbe nell’aumento costante di liquidità con cui i vincitori hanno stimolato la crescita economica, spingendo gli altri paesi a indebitarsi pur di mantenere alto il livello dei consumi e alimentando così ondate speculative, fluttuazioni e cicli economici instabili.
«È dal secondo dopoguerra – scrive Fantacci – che a ogni pressione restrittiva si risponde con un’iniezione di liquidità». Una tale ondata valutaria che nel 1971 il presidente Nixon, fu costretto ad abbandonare la convertibilità in oro su cui si era basata la scelta del dollaro come moneta internazionale. A quel punto, scrive il curatore, «se i dollari circolanti siano moneta o credito, è una questione che non deve essere posta, se si vuole che continuino a fare il loro lavoro». Fino alla seconda Guerra mondiale, infatti, squilibri di questo tipo implicavano politiche di riequilibrio con pericolose stagioni di austerità, oggi, per effetto degli insegnamenti della terribile crisi del ’29, si tende a prolungarli, a trasferirli, ad annegarli nella creazione di nuova liquidità e in politiche di bassi tassi d’interesse, dilazionando il problema e scaricandolo sulle spalle dei privati attraverso le banche e le istituzioni finanziarie internazionali. Fino all’implosione e alla contaminazione globale.

Per questa ragione il libro rispolvera il piano di Keynes per Bretton Woods, a suo tempo sostenuto dalla Gran Bretagna e bocciato dagli Stati Uniti. Un piano secondo cui l’emissione di nuova liquidità, anche se essenziale per prevenire crisi e recessioni, deve essere collegata però il più possibile alle dinamiche dell’economia reale. Da qui, l’idea di agganciare tutte le valute nazionali a un’unica moneta convenzionale, il “bancor”, detenuto da una banca globale incaricata di regolare i rapporti monetari ed economici tra nazioni, ridistribuendo tra di loro le eccedenze. Se un paese ha bisogno di esportare prodotti in eccesso potrà depositare presso la banca una quantità di moneta equivalente che verrà data in prestito a paesi che necessitano di risorse. Altri essenziali principi della proposta: un volume tra prestiti e crediti a somma zero per contenere le derive inflazionistiche, un tetto legato all’economia reale per i prestiti in Bancor che scongiuri indebitamenti insostenibili e tassi di interesse anche per i creditori, per evitare che il costo di politiche espansive che servono anche agli affari dei paesi ricchi, ricada solo sui più poveri.

Pochi e visionari meccanismi – suggerisce il curatore – che se ripresi e applicati alle istituzioni finanziarie già esistenti, potrebbero rendere più equo il panorama internazionale e scongiurare le crisi. Purché, però, si accettino due principi che, prima di essere economici, sono eminentemente politici: che l’equità complessiva dell’economia globale è un vantaggio per tutti e che la sovrapproduzione tipica delle economie più forti, capaci di invadere i mercati dando in prestito denaro che possono stampare illimitatamente, è un difetto quanto l’indebitamento e la scarsa produttività dei più deboli. A chiudere con ottimismo la collazione, è un contributo di Zhou Xiaochuan, governatore della banca centrale cinese, che il 30 marzo 2009, nel proporre un’uscita dall’attuale sistema di relazioni economiche e monetarie, teorizzava proprio il ritorno alla proposta keynesiana di Bretton Woods lasciando sperare, con il nuovo ordine internazionale, in una multilateralità interessata a un maggiore equilibrio.






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>