Simone Verde


24 giugno 2011
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Save Italy

Philippe Daverio e la salvezza dell'eredità culturale dell'Italia

 
Daverio

«L’Occidente venga da noi a tutelare le proprie radici». Sembrerebbe una provocazione quella lanciata da Philippe Daverio a margine della Biennale, in occasione dei festeggiamenti per i 25 anni della rivista Art e Dossier da lui diretta, ma non lo è affatto. «D’altronde – afferma – noi gestiamo un’eredità che non è solo nostra, ma che partecipa dell’identità più intima dell’Occidente, è l’elemento simbolico su cui si è costruita tanta cultura europea». Da qui, “Save Italy!”, un appello perché la specificità italiana di una tutela insufficiente e di uno scollamento tra identità contemporanea ed eredità storica che porta al degrado trovi una soluzione internazionale.

Il suo appello è un’ammissione dell’incapacità dello stato italiano?

«Storicamente, il Piemonte che ha riunificato l’Italia ha ereditato i beni di sette stati ben superiori ai suoi. Non aveva certo le biblioteche, le collezioni, i beni architettonici del Veneto, del Regno delle due Sicilie, dello Stato del Vaticano o della Toscana. L’organizzazione della tutela di questa sterminata eredità ha indubbi limiti che, nel centocinquantenario dell’unità, faremmo bene ad ammettere a noi stessi. Anche con un po’ di indulgenza verso uno stato unitario che probabilmente ha fatto quello che ha potuto».

Non crede che la crisi della tutela sia dovuta al declino degli stati nazionali sotto la spinta della globalizzazione?

«No, perché la situazione italiana è unica nel suo genere. Non è così in Germania e non è così persino in Cina. Questo paese per quanto stravolgendola, sta reinventando la sua eredità culturale, restituendole utilità collettiva. È l’unica via possibile. D’altronde, se sin dalla tarda antichità non avesse prevalso quel continuo riuso del passato, come in un infinito palinsesto, l’Italia non avrebbe la ricchezza che ha. Il Rinascimento non è forse nato da una riscoperta e da una reinvenzione dell’antichità classica funzionale a un nuovo progetto di modernità? Da noi, semmai, il problema sta in una serie di bufale tipo i “giacimenti culturali” che, più che nascondere un approccio di tipo mercantilistico alla cultura, svelano l’imbarazzo di una classe dirigente che tenta di monetarizzarli poiché non sa cosa farne».

Quale alternativa, allora?

«Innanzitutto, cominciare a parlare di “eredità” e non di patrimonio, concetto che implica monetarizzazione. Parlare di eredità è essenziale perché questo termine evoca anche una dimensione etica, l’impegno dei figli a onorare i padri nella trasmissione e nella reinvenzione del loro lascito. Ci obbliga tutti a elaborare delle radici civili e culturali. E proprio perché quest’eredità non riguarda solo noi, è necessario che l’Occidente si assuma le sue responsabilità e venga a difenderla da noi ora che è a rischio.Non è certo un caso che oggi si studia meglio latino a Oxford o alla Sorbona che a Roma».

L’equilibrio tra natura e cultura perseguito dalla cultura classica potrebbe essere il contributo dell’eredità italiana alla ricerca di una nuova modernità sostenibile?

«Certo. L’importante è uscire dall’idea conservatrice e velleitaria di una conservazione passiva dello status quo. Quella, per esempio, che basti una tutela istituzionale svincolata da una più complessa riflessione sul ruolo collettivo dell’eredità culturale. Un paese come il nostro deve la sua eccezionalità alla diffusione capillare di beni artistici e architettonici la cui conservazione richiede il contributo spontaneo dei cittadini. Fa bene, quindi, un uomo come Salvatore Settis a rimproverare le mancanze della politica. Ma per ottenere qualche risultato non basta evocare il ricorso a una tutela istituzionale e passiva. Il problema dell’Italia è innanzitutto un certo misoneismo, la paura di qualsiasi novità. Al contrario, se il paese vuole sopravvivere a se stesso in tutta la sua ricchezza deve reinventarsi un futuro».






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