Simone Verde


5 giugno 2011
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Illuminazioni?

La Biennale di Bice Curiger

 
James Turrell

Dispersa nel mondo globale, la comunità degli artisti sembra non avere più una sua nazione. È per questo che la 54esima biennale di Venezia che dal 6 giugno ha aperto le sue porte al grande pubblico si intitola “ILLUMInazioni”. Per ricostruire la mappa di un dibattito disperso dalla diaspora dei suoi protagonisti, per ritrovare un luogo in cui discutere, confrontare e contaminare i linguaggi senza subire passivamente gli orientamenti del circuito commerciale. Per restituire autonomia agli artisti, sottraendoli da quell’isolamento di cui approfittano gli speculatori. Fino agli anni Settanta le capitali erano note e a codificare i linguaggi ci pensavano critici e galleristi, mentre per tutti gli anni Ottanta e Novanta ci avrebbero pensato fiere, biennali e mercanti. Oggi, nel panorama disordinato del contemporaneo dettano legge speculatori e magnati della comunicazione o della finanza e una schiera di traffichini di varia estrazione.

Che non si potesse andare avanti così era chiaro da tempo, almeno dal 2008, anno di una crisi finanziaria che non ha risparmiato il mondo dell’arte. La 54a biennale diretta da Bice Curiger riprende proprio da qui, dalla necessità di contrappesi istituzionali al mercato, di promuovere un’estetica alternativa a quella patinata e un po’ parvenu dei campioni della speculazione globale. Il sogno modernista, però, non c’è più, così come la democrazia industriale, e agli artisti non resta che la critica civile. Lo si vede nei lavori di vecchi e giovani come Rosemarie Trockel, Rashid Johnson, David Goldblatt, Mohamed Bourouissa o nel decostruttivismo dei giovanissimi Anya Titova e Navid Nuur. Quanto a maestri come Turrell o Fischli & Weiss ricordano al contemporaneo il senso del limite, evocando le forze mistiche che governano il mondo. In ogni caso, niente più scintillare di smalti, niente più preziosi o video stupefacenti. Solo materiali riconoscibili, montaggi dichiarati o pittura. Proprio la pittura che fa il suo ritorno con tre tele di Tintoretto prelevate dall’Accademia, manifesto del ritorno a un dibattito ponderato e mediato dalle istituzioni e dalla storia.

Nella sala principale del padiglione centrale della mostra ad accogliere il visitatore c’è il Trafugamento del corpo di san Marco, La creazione degli animali e l’Ultima Cena dipinta per la basilica di San Giorgio Maggiore, non a caso collocate nel catalogo (edito da Marsilio) in ordine alfabetico per autore, in mezzo ai contemporanei. Per restituire all’arte le sue radici nell’arte e per rivendicare l’unità complessiva della ricerca estetica al di fuori delle fratture del contemporaneo. Almeno questo è il tentativo della curatrice, non a caso donna delle istituzioni, alla guida da circa vent’anni della Kunsthaus di Zurigo. La scelta di Tintoretto non è certo casuale, artista tra i più complessi proprio per la sua capacità di inserirsi nel dibattito rinascimentale portandovi la sua carica di sperimentalismo anti-intellettualista che gli permise di rigenerare la cultura del suo tempo, superando la contrapposizione tra tradizione fiorentina e veneziana.

Le sue tele, cioè, sono esperimenti estetici, sintesi personali alla ricerca di un equilibrio classico capace di lasciar intravedere un equilibrio formale perseguito da generazioni. Partecipano alla lunga ricerca della comunità dell’arte, cioè, e aprono a illuminazioni possibili, proprio come vorrebbe la biennale della Curiger. Non sorprendono, allora, alcune scelte raffinatissime e in qualche modo retrospettive, del tutto lontane al gusto imperante. Per i classici del contemporaneo, quattro serigrafie di Christopher Wool, un balzo indietro ad Andy Wahrol al momento in cui si produsse la prima scissione tra l’opera come unicum e arte riproducibile tecnicamente. Poi, James Turrell, con la sua splendida Ganzfeld Piece, due sale vuote inondati di luce mistica e cangiante in cui esplorare tutte le valenze spirituali dell’esperienza estetica. Oppure lo Spazio elastico di Gianni Colombo, altra opera spaziale che invita lo spettatore a passeggiare tra elastici fluorescenti in movimento meccanico, disorientandolo e invitandolo a sperimentare uno spaesamento rigenerante. Raffinatissimo anche il video di Christian Marclay, leone d’oro di questa biennale, che con un montaggio di 24 ore di spezzoni di film ha creato un dispositivo perfetto in cui il tempo dell’opera d’arte finisce per coincidere illusoriamente con quello dello spettatore. Per non parlare degli arguti Fischli & Weiss che nel 2003 ricevettero il leone d’Oro alla carriera, noti per la loro ironia rivolta contro le aspirazioni velleitarie degli umani e per la loro ricerca di senso nel profondo antropologico. Questa volta sono presenti con l’istallazione Spazio numero 13, dove una successione di volumi geometrici, cilindri, cubi, parallelepipedi in terracotta confrontati alla forma perfetta della luna proiettata sul muro in diapositiva, dimostra con amara ironia la rudimentalità inevitabile delle creazioni dell’uomo.

Infine, torna in versione major la celebre istallazione Turisti di Maurizio Cattelan, 200 piccioni imbalsamati che stanno a guardare i visitatori e, con sguardo dissacratorio all’arte povera, ritraggono un volto inconsueto dei pellegrinaggi dell’arte. Tutti artisti da museo più che da grande galleria globale. Così come i più giovani su cui la curatrice tenta di fare un investimento, rivendicando la necessità di un circuito di promozione istituzionale. È il caso dell’israeliano Elad Lassry, trentacinquenne, che riprende un antico dibattito sulla fotografia delle origini, quando la capacità di captare le sembianze del corpo venne presa come una prova dell’esistenza dell’anima e produce video che riflettono sulla capacità di rappresentare l’immaterialità. Ed è il caso di un altro israeliano, l’altrettanto giovane Dani Gal che in un video di rara intensità e drammaticità rimette in scena la dispersione delle ceneri del criminale nazista Adolf Eichmann nelle acque del Mediterraneo. Tragedia nella tragedia di un’umanità devastata, anche nel momento in cui riesce a fare giustizia del peggiore dei crimini. Ironica, infine, e quasi aneddotica illustrazione del titolo della biennale, l’installazione di Haroon Mirza, con un’aureola di luce che gli ha fatto vincere il leone d’argento.
La ricostruzione della comunità dell’arte, secondo la Curiger passa attraverso il dialogo di artisti come questi, alla ricerca di qualche squarcio semantico, di qualche illuminazione, come dichiara il titolo della biennale. Ragione per cui l’altra iniziativa originale della mostra è la creazione di quattro Parapadiglioni, spazi organizzati e pensati da artisti come contenitori per opere di altri artisti. Il più spettacolare, forse, quello del cinese Song Dong, ricostruzione della casa tradizionale dei genitori, luogo di incontro per le opere del francese Cyprien Gaillard, di Yto Barrada, della californiana Frances Stark e di Asier Mendizabal. Un modo per rispondere alla crisi degli stati-nazione, di cui i padiglioni della biennale rimangono come gusci vuoti, scheletri che appartengono a un mondo definitivamente tramontato, e di ricostruire una patria comune, un luogo di dibattito estetico per gli artisti dispersi dai mille segmenti della speculazione e da società contemporanee sempre più frammentate.

La giusta critica agli eccessi del mondo contemporaneo, perciò, è la cifra anche di questa biennale del dopo crisi, cosi come in quella del 2009 diretta da Birnbaum e in quelle di architettura dirette di Betsky e Sejima. Fare mondi, Architecture Beyond Building, Incontrarsi nell’architettura, erano i propositi, non molto diversamente da quanto avviene nelle ILLUMInazioni della Curiger che non a caso propone l’incontro democratico e intellettuale tra artisti. A di là della critica e di alcune raffinatissime suggestioni estatiche, però, resta difficile intravvedere risposte o vere illuminazioni. Il cupio dissolvi è poco amato dal pubblico, giustamente affezionato all’idea di un futuro migliore. Che in gran parte, non è difficile indovinarlo, preferirà i metalli sofisticati e le materie preziose che campeggiano dietro al Jet Set che si dà appuntamento quotidiano sul pontile di Palazzo Grassi. In un decor glamour fatto di Jeff Koons e di Thomas Schütte sfavillanti che, come il titolo della mostra inaugurata assieme alla biennale, rinnova al popolo la vecchia promessa consumista: “Il mondo vi appartiene”






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