Simone Verde


5 giugno 2011
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Democratici o consumisti?

Ansie nazionali alla Biennale

 
Democratici o consumisti?

“Risk or consumerism” è il binomio evocato da Ion Grigorescu nel padiglione rumeno. Ma chi vuole rischiare, in un mondo globale in cui il controllo degli eventi sembra fuori portata? Così, un po’ dappertutto, nei contributi nazionali presenti in questa 54sima Biennale, a prevalere è la sbornia consumistica o il sogno democratico, come ingresso nella cittadinanza commerciale. E il caso dell’egiziano Ahmed Basiouny, martire di piazza al Tahrir, che con le opere che ci ha lasciato – qui affiancate alle immagini dei recenti sommovimenti – descrive l’aspirazione tutta occidentale dei giovani rivoltosi.

Ad altre latitudini, in particolare nel golfo persico o nell’Asia centrale, domina un altro versante del sogno consumista, quello che privilegia il lusso e l’universo utopico della tecnica.
Aria diversa si respira nei padiglioni europei che parlano il linguaggio di un ripiegamento dovuto a una crisi ben più profonda di quella finanziaria.

L’esempio più raffinato di questo sentimento sta nel padiglione francese affidato a Christian Boltanski. Il quale ci ricorda che nella società di massa siamo numeri, prodotti in serie, cinicamente sostituiti dalla catena di montaggio demografica. Non maggiore slancio viene dalla Germania, con la retrospettiva di Christoph Schlingensief, artista e cineasta scomparso nel 2010, da cui emerge tutta la sua critica alla violenza delle identità nazionali.

Con sguardo apocalittico più globale, infine, lo svizzero Thomas Hirschhorn ha riempito lo spazio di elettrodomestici in fine vita, coperti di scotch e minerali, a indicare il legame indissolubile tra natura e risorse, concludendo con simboli della sopraffazione che la competizione commerciale implica. L’Europa che non cresce più, così, illustra con efficacia il binomio di questo tempo: consumare o perire.






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