Simone Verde


23 aprile 2011
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Uova a sorpresa

Fabergé ai Musei Vaticani

 
First Fabergé Egg

All’approssimarsi della primavera del 1885, lo zar Alessandro III decise che quella non sarebbe stata una Pasqua come tutte le altre. Convocò a corte un celebre orafo di San Pietroburgo e gli commissionò un gioiello tutto speciale: un uovo d’oro e ceramica che funziona come un gioco di scatole cinesi destinato alla moglie, la principessa danese Maria Fyodorovna. Sarà la prima e la più semplice delle famose uova Fabergé, monumento dell’oreficeria russa, simbolo di ricchezza e da allora una delle prede più ambite dai ladri. Assieme a icone e ad altri preziosi, nove di questi gioielli di perfezione inarrivabile saranno accessibili fino all’11 giugno al pubblico italiano in una bella mostra dei Musei Vaticani. Un’iniziativa che, dopo anni di relazioni difficili, serve anche a festeggiare un’auspicata vicinanza tra cattolici e ortodossi, quest’anno che per entrambe le chiese la Pasqua cade nello stesso giorno.

L’uovo, d’altronde è da sempre simbolo di fertilità e di rinascita legato quasi ovunque al risveglio della natura in Primavera. Sin dalle civiltà assira e babilonese è addirittura una metafora cosmologica, è una forma perfetta che racchiude il tutto necessario alla vita. Sarà il cosiddetto uovo primordiale presente nei racconti greci sulle origini dell’universo e venerato dal mito hindu del Hiranyagarbha, letteralmente “uovo d’oro” responsabile della nascita del cosmo. Cinesi e Persiani se lo scambiavano come dono per le feste primaverili, nell’antico Egitto per il giorno dell’equinozio di primavera, data di inizio del nuovo anno. Generate fragili ma perfette dal più umile degli animali, venivano interrate sotto le fondamenta degli edifici per scongiurare i crolli. È così nella leggenda di Castel dell’Ovo, a Napoli, indenne nei secoli grazie a Virgilio che l’avrebbe poggiato su un guscio. Inserendosi in questa lunga e variegata tradizione il Cristianesimo, la più complessa sintesi della cultura classica, ne avrebbe fatto infine il simbolo della resurrezione di Cristo e del ritorno della vita spirituale sulla terra.
Una lunghissima e ricchissima tradizione ripresa anche dall’arte più aulica come la famosa pala di Brera di Pietro della Francesca, dove un uovo di struzzo, metafora del nuovo ciclo aperto dall’arrivo di Cristo, sta appeso sopra alla Vergine.

Una tradizione cui rendono omaggio i Musei Vaticani con la mostra dedicata a Fabergé che comincia proprio con la prima delle uova donate da Alessandro III alla moglie, un semplicissimo guscio di ceramica bianca che racchiude un tuorlo tutto d’oro, contenente a sua volta una gallinella colorata di smalti, dall’occhio di rubino. Dentro una copia in miniatura della corona imperiale e dentro ancora un piccolo rubino a forma ovale. La zarina fu così contenta di questo regalo che Fabergé fu nominato gioielliere di corte, e incaricato di fare un regalo di Pasqua ogni anno, a condizione che fosse un pezzo unico, contenente a sua volta una sorpresa. La tradizione andò avanti per quarant’anni e il grande gioielliere russo creò in tutto 59 pezzi, uno più complesso dell’altro. Come si può vedere nella raffinata rassegna dei Vaticani si passò da oggetti preziosi ma inanimati a meccanismi sempre più sofisticati. L’uovo dell’incoronazione, del 1897 conteneva soltanto una carrozza quella, ovviamente, del corteo imperiale.
L’uovo galletto del 1900, invece, una volta premuto sulla sommità si rivela un orologio da comò da cui esce un piumato che canta e scandisce le ore. La vera sorpresa, così, non sta soltanto nel gioco di scatole cinesi, ma nella magia di un sistema meccanico che riesce a imitare perfettamente la vita. D’altronde, siamo nel cuore della rivoluzione industriale e la cosmogonia positivista di quegli anni non può che essere meccanica.
L’uovo, che rimane simbolo del primo elemento perfetto da cui si genera la vita, non conterrà più come per i greci il vento, la terra, il cielo e l’oceano ma, in un cambiamento radicale di prospettiva, rotelle, viti, molle e bulloni, un ingranaggio microscopico creato da un Dio che l’epoca vorrebbe ingegnere. Oltre alle nove uova possedute dal magnate Viktor Vekselberg che ha reso possibile l’iniziativa prestando la propria collezione ai Musei Vaticani, la mostra annovera anche altre opere del gioielliere russo, la ricchissima tabacchiera dell’incoronazione letteralmente ricoperta di cesellature e pietre preziose, numerose miniature d’oro, c o r n i c i , scatole decorate, bomboniere, orologi da tavolo, gioielli, ma soprattutto icone e trittici pieghevoli raffiguranti santi ortodossi.

Tra i pezzi più interessanti, l’Icona che ritrae il Cristo Pantocrator dentro una cornice tempestata di gemme il quale, però, non ha nulla a che vedere con l’estetica ortodossa ma sembra piuttosto dipinto da un preraffaellita. Prova di una globalizzazione del gusto che, se al momento riguarda soltanto le élite, suggerisce l’arrivo di un’industrializzazione che spazza via tutto e già prefigura i venti della rivoluzione. Segue, poi, una quarantina di immagini sacre decorate sempre da Fabergé che chiude la rassegna da dove era cominciata, dall’accostamento tra pasqua cattolica e pasqua ortodossa, dalla complessissima sintesi tra cultura classica e cristianesimo rappresentata dalle due chiese nella loro complementare radice antica, greca e latina






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