Simone Verde


27 febbraio 2011
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Il rebus Lorenzo Lotto

La mostra alle Scuderie del Quirinale

 
Il rebus Lorenzo Lotto

Meraviglioso Lorenzo Lotto alle Scuderie del Quirinale dove l’intento dichiarato del curatore Giovanni Carlo Federico Villa, dimostrare che «malgrado la sua emarginazione è stato uno dei maestri dell’arte italiana», si può dire riuscito in pieno. Nato a Venezia nel 1480, vissuto tra la laguna, Treviso, Bergamo, le Marche e Roma, il suo è uno dei periodi più complessi e agitati della storia italiana, apice della modernità rinascimentale, ma funestata da guerre e conflitti, dispute dottrinarie ed eresie che nel 1527 sfociarono nel Sacco di Roma, messa a ferro e fuoco dai mercenari di Carlo V d’Asburgo. Lorenzo, che era alla corte pontificia nel 1509, non visse come tanti altri artisti quella tragica vicenda destinata a cambiare il corso della storia e dell’arte.
Si ritrovò, però, partito da Roma nel 1510, nel bel mezzo delle guerre scaturite dalla nascita della Lega di Cambrai. Conobbe la tragedia fratricida scatenata da Giulio II, dapprima alleato della Francia pur di ridurre la sfera d’influenza di Venezia, e poi alleato di questa contro la Francia. Una tragedia politica e spirituale dove gli ideali umanisti e cristiani vacillavano di fronte al culto del potere e dove Lotto maturò un rifiuto dell’utopia rinascimentale carico di mistica lombardo-veneta e di riferimenti all’estetica gotica e alla pittura fiamminga.

Molto discussa è la sua adesione a movimenti eretici fioriti a Venezia dopo la predicazione di Lutero, ma sicuro è il travaglio intellettuale che, come sottolineava anni fa Renato Barilli in un suo saggio magistrale (Maniera moderna e manierismo), si traduce in un’avversione verso gli intellettualismi della prospettiva, verso la riproduzione illusionistica della realtà, verso la perfezione classica dei corpi umani e nello sviluppo di una luminosità spirituale che prelude al Barocco. Il tutto, nella convinzione che non basti guardare all’apparenza, carica di feroci contraddizioni, ma che per spiegare la Creazione bisogna cercare altrove. Ce lo ricordano i corpi spigolosi della Madonna in trono di Cingoli o le volute ingenuità prospettiche di Susanna e i vecchioni degli Uffizi, tutti presenti in mostra. E ce lo ricorda il celebre ritratto di Lucina Brembati il cui nome (Lu-ci-na) è suggerito come in un rebus dentro una falce di luna. D’altronde, cos’è la pittura se non appunto un rebus, un gioco intellettuale, un malinconico esperimento alla ricerca di una verità che possiamo soltanto fingere di poter scoprire? Un esperimento che Lorenzo, pittore versatile capace della maniera raffaellesca, di quella belliniana come di quella nordica e di tante altre sa compiere come nessun altro.
È perciò indubbio, come sostiene giustamente il curatore, il contributo universale del pittore alla storia dell’estetica e la sua altezza comparabile a quella di Raffaello, Leonardo o Michelangelo. Ingiusto difetto di notorietà che Lorenzo stava per pagare caro, però. Nel 2008, infatti, una serie di sopralluoghi hanno rivelato che la sua opera versava in condizioni di estrema sofferenza. Il Polittico di san Domenico di Recanati era intaccato dai tarli, nel Polittico di Ponteranica si notavano distaccamenti di colore, il San Nicola dei Carmini era in condizioni disperate, e così via. Ancora una volta, cioè, l’assenza di una conservazione puntuale, impossibile senza le risorse necessarie, rischiava di mandare in frantumi un patrimonio inestimabile. Ancora una volta, quella distinzione oggi imperante tra valorizzazione e tutela rischiava di produrre conseguenze irreversibili. Una distinzione insidiosa poiché, separando il valore dall’importanza storico-artistica insinua l’idea che un bene culturale è tale se produce ricchezza, se trova consenso nel gusto corrente, suggerendo una gerarchia della tutela secondo potenzialità commerciali e la dismissione del principio della conservazione sistematica.

Che questa sia la dinamica perversa cui, come in un processo di selezione naturale, sono ormai affidati i beni culturali italiani, lo racconta proprio la vicenda di Lotto, di cui la splendida mostra aperta da oggi fino al 12 maggio rappresenta l’epilogo positivo. Dopo i sopralluoghi del 2008, infatti, ci si sarebbe aspettato l’avvio d’ufficio di procedure di restauro. E invece il salvataggio non è potuto arrivare dalla macchina amministrativa e scientifica dello stato, ma si è dovuto ricorrere alla valorizzazione perché venissero reperiti i fondi per la tutela, in una specie di meccanismo al contrario. Con intelligenza è stato predisposto un percorso turistico nelle Terre del Lotto, sono stati creati una serie di eventi culturali e, per dare visibilità e motivare gli sponsor, è stata organizzata la mostra alle Scuderie con risultati fortunatamente già tangibili: delle 34 opere italiane presenti in mostra, 17 sono già restaurate. Il meccanismo descritto, ovviamente, è quello della promozione commerciale. Ed è risultato virtuoso, visto che ha permesso di salvare uno dei capitoli più originari della storia dell’arte europea e una testimonianza estetica personalissima di un’epoca travagliata, vicina alla sensibilità contemporanea. Ma l’unicità del patrimonio artistico italiano sta anche in quelle migliaia di artisti secondari che non possono ambire a sponsor importanti e a una mostra alle Scuderie del Quirinale. E che, senza una tutela capillare e sistematica, rischiano di finire in polvere nell’attuale roulette russa della cultura italiana.






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