Simone Verde


16 febbraio 2011
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Il sacco d’Italia

Paesaggio, costituzione, cemento, l'ultimo saggio di Salvatore Settis

 
mare nostrum, costa italiana deturpata

Ogni giorni in Italia vengono cementificati 161 ettari di terreno, 750mila ettari tra 1995 e 2006, pari a poco meno dell’Umbria, in un paese che dal 1951 al 2001 ha aumentato la superficie urbanizzata del 500 per cento e che, con il rilancio recente del Piano casa, sembra voler proseguire nell’opera di consumo del territorio. A snocciolare cifre così spaventose è Salvatore Settis nel suo ultimo libro Paesaggio, Costituzione, Cemento (Einaudi, 19 euro). Oltre trecento pagine per raccontare quello che, messa da parte ipocrisia e assuefazione, sappiamo tutti: che il paesaggio italiano è sull’orlo del baratro. Equilibrio classico tra natura e cultura, vero e proprio monumento della cultura occidentale spontaneamente mantenuto da generazioni, oggi spesso irriconoscibile. Campagne sempre più invase da spazzatura e abusi (e non solo in Campania), centri urbani tentacolari che mangiano territorio trasformandolo in orrende periferie.

Come ricostruisce Settis, il paesaggio è una costruzione moderna anticipata dall’Italia dei comuni dove la presenza operosa dell’uomo sul territorio servì da simbolo dell’unità sociale, di un progetto collettivo che genera crescita condivisa nel rispetto delle risorse. Il più significativo archetipo di questa storia è probabilmente l’affresco trecentesco di Ambrogio Lorenzetti al Palazzo pubblico di Siena (Allegoria del buono e cattivo governo e dei suoi Effetti), dove il buongoverno si traduce in un contado organizzato, fertile, produttivo e dove ogni fetta della società svolge visibilmente il proprio compito in una comunità organica. Costruzione culturale permessa dallo sviluppo razionale della modernità, verrà ripresa dal Rinascimento e approfondita su vasta scala con la nascita della società olistica degli stati-nazione.

A cominciare dalle prime disposizioni settecentesche a tutela del patrimonio degli stati italiani preunitari che, esportate in Europa, finirono per includere anche il paesaggio inteso, secondo un fortunato aforisma attribuito a John Ruskin, come “volto della patria amata”. Era inevitabile perciò che, con la globalizzazione e il declino degli stati-nazione, il paesaggio andasse in crisi a fronte di comunità sfarinate e incapaci di sentirsi partecipi di un progetto iscritto in uno stesso territorio. Così sarebbe avvenuto in tutto il mondo occidentale invaso da non luoghi e ancora di più in Italia, paese fragile dove i simboli di identità sociale sarebbero passati dal patrimonio culturale e paesaggistico al polverizzato immaginario virtuale e globale della televisione e del web. Da collettività unite in nome del progresso collettivo, si sarebbe passati ad aggregazioni umane pacificate dalla capacità individuale al consumo di beni prodotti altrove. Un atteggiamento consumistico che vede la partecipazione diffusa alla spoliazione e spiega l’apatia con cui essa avviene. Niente più paesaggio, perciò, ma la svendita di un territorio sentito come “terra di nessuno”, depauperato dei propri valori simbolici e disconosciuto nella sua stratificazione storica. Periferie di un immaginario virtuale, dove ognuno vive accanto all’altro e non insieme agli altri.

La vera e propria svendita, come ricostruisce Settis, in Italia sarebbe cominciata negli anni Settanta, non a caso quelli della deregulation, con lo svuotamento dell’articolo 9 della Costituzione che, unico al mondo, avocherebbe alla repubblica il compito di tutelare il patrimonio culturale e paesaggistico. Articolo negato da una serie bipartisan di riforme: tra il 1970 e il 1977, con l’attribuzione delle competenze urbanistiche alle regioni; poi, con i condoni degli anni Ottanta; più tardi ancora con la riforma Bassanini che, nell’ambito della riforma del titolo V delegò la valorizzazione alle regioni; negli ultimi anni con i provvedimenti che hanno devoluto la riscossione degli oneri di urbanizzazione agli enti locali, spingendo alla cementificazione per incassare; infine, con lo svuotamento dal ruolo di guardiani dei soprintendenti previsto dal Codice del 2008, aggirato dal principio del silenzio assenso stabilito dalla manovra di agosto 2010.

La soluzione? Secondo Settis, restaurare l’autorità pubblica, centralizzare la tutela e renderla indipendente dalla politica. Poi, la riscossa civile, di cittadini organizzati in comitati e associazioni. Una resistenza quanto mai indispensabile, ma probabilmente insufficiente. Come dimostra una storia giuridica fatta di misure a volte buone ma immediatamente aggirate o disattese (a cominciare dallo stesso articolo 9 della Costituzione), infatti, soltanto un consenso diffuso sulla tutela potrebbe scongiurare lo scempio. Se la distruzione del paesaggio – così come il degrado dei beni culturali – è la triste caratteristica di un paese privo di comunità, dove ognuno va per sé e dove i segni che il territorio restituisce sono quelli di una spoliazione aggressiva di individui in concorrenza tra loro, quello che serve è un progetto che trovi in un equilibrio tra natura e cultura iscritto nel paesaggio, il senso di una nuova crescita collettiva. Un progetto destinato, non a caso, a intervenire proprio nell’ambito in cui l’Italia è più indietro: lo sviluppo sostenibile. Non quello criticato da Settis nel suo libro, che serve da giustificazione per ulteriori scempi al paesaggio. Ma quello basato su una giusta ripartizione delle risorse che non incoraggia la speculazione, sulla moratoria al consumo di nuovo suolo, sugli incentivi alla riqualificazione, sulla riconversione produttiva attraverso filiere che esaltano la specificità dei territori, favorendo una nuova modernità.






Un Commento


  1. Abito a Roma e ogni giorno mi confronto con un’architettura urbana costruita a misura di speculatori edilizi che hanno fatto scempio delle periferie.
    Loro acquistano terreni ad uso agricolo a basso costo. Il Comune cambia il piano regolatore rendendoli edificabili. Loro costruiscono, incassano e si dimenticano perfino di realizzare la viabilità e i servizi accessori concordati con il Comune. Quindi si spostano in altre parti della periferia romana e ripetono quanto appena descritto.
    Non ho parole!!
    Sara



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