Simone Verde


13 dicembre 2010
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La rivoluzione antropologica di Keynes

Sono un liberale?, una raccolta di saggi dell'Adelphi

 
La rivoluzione antropologica di Keynes

Unanimemente riconosciuta è la genialità di Keynes economista. Dimenticata, poiché poco affine alla sbornia tecnocratica degli ultimi trent’anni, è la sua dimensione intellettuale. Un grave limite, visto che le due anime si intrecciano in un tutt’uno inestricabile all’origine proprio dell’eccezionalità e dell’originalità del pensiero keynesiano. Keynes fu persino esteta, legato al gruppo di Bloomsbury, fu amante del pittore Duncan Grant, amico dello scrittore e critico Lytton Strachey e di Virginia Woolf. A tal punto che prima della summa del suo pensiero economico, La teoria generale dell’interesse e della moneta del 1936, le sue opere furono per la maggior parte agili saggi di storia del pensiero o acuti pamphlet polemici che ora l’Adelphi riporta in libreria a cura di Giorgio La Malfa. Sono un liberale? è il titolo della raccolta che contiene opere a suo tempo celebri come La fine del laissez-faire o gli scritti dedicati a Newton e Malthus. Keynes, vissuto a cavallo tra le due guerre, nel tramonto dell’Europa ottocentesca e delle sue illusioni, fu spettatore dell’inaspettato protagonismo delle masse ed ebbe abbondante materia per voltare pagina con una visione meccanicista dei rapporti economici nata con l’Illuminismo e l’industrializzazione.

Agli occhi di un acuto analista come lui, infatti, le meschinità e le miopie della classe dirigente europea o le forze irrazionali sprigionate dalla storia non potevano che condurre a una critica profonda di concetti utopici dell’economia classica che vedevano le società umane regolate come un perfetto “orologio meccanico” dove a sostituire la legge divina e il suo ordine naturale era arrivata la “mano invisibile”, il discreto equilibrio matematico dell’economia borghese. Come giustificare, infatti, le crisi politiche ed economiche di quel terribile trentennio, la successione di speculazioni e fallimenti, la rigida stupidità ideologica con cui la classe politica aveva reiterato il laissez-faire, rifiutandosi di porre rimedio alla palese incapacità di autoregolazione del mercato?
La risposta stava nella meschinità, nel timore strutturale degli esseri umani sovrastati per natura da illusioni tanto fatue quanto psicologicamente necessarie o inclini a situare la propria prospettiva nel corto e nel medio periodo. Un capovolgimento antropologico, insomma, quello di Keynes, che si sarebbe tradotto in rivoluzione macroeconomica, di cui dà un saggio particolarmente penetrante nel Consiglio dei quattro, capitoletto delle Conseguenze economiche della pace, dove racconta l’incontro tra i vincitori della prima Guerra mondiale. L’italiano Vittorio Emanuele Orlando, il presidente americano Woodrow Wilson, il britannico David Lloyd George e lo stanco Georges Clemenceau tutto impegnato perché la Germania perdesse il vantaggio economico accumulato dal 1870, restituendo alla Francia la leadership dell’Europa continentale. Un teatrino fatto di piccoli tic narcisistici di una classe politica incapace di vedere oltre il proprio naso, di velleitari riflessi nazionalistici e di gretti pregiudizi che Keynes coglie in pieno, prefigurandone le drammatiche conseguenze.

Siamo nel 1919 e una frase di Keynes può bastare su tutte: «Non si può riportare l’Europa centrale al 1870 senza creare nella struttura europea tensioni tali, e scatenare tali forze umane e spirituali da travolgere, oltrepassando frontiere e razze, non solo noi e le nostre “garanzie” ma le nostre istituzioni e l’ordine esistente nella nostra società». Drammatiche conseguenze globali delle chiusure nazionali che permettono all’economista inglese di intravedere l’arrivo dei fascismi e di un nuovo, più devastante conflitto, e di rivedere dal profondo teorie economiche basate su modelli refrattari alle scoperte del secolo: l’irrazionale e lo psicologico, dimensioni altrettanto decisive quanto il calcolo razionale nella condotta degli individui. Quegli Spiriti animali (titolo di un bel libro di Robert Shiller e George Akerlof) riscoperti con la crisi del 2008 dopo che erano stati nuovamente negati dalla teoria economica dominante, tutta incentrata su sistemi chiusi e modelli matematici, che altro non erano se non raffinate giustificazioni di una giungla dove dominano i più forti.

Ancorata a questa fede scettica, la teoria economica di Keynes avrebbe stabilito la necessità di correttivi capaci di sopperire ai limiti dell’azione individuale, per definizione instabile e contingente. Il che significava rivoluzionare la teoria economica, cominciando dalla messa in discussione delle teorie classiche e marginaliste, convinte della capacità di autoregolazione degli individui, per aprire a un modello che, cogliendo i limiti dell’azione dei singoli, facesse affidamento sulle capacità di riforma degli stati. Innanzitutto, per evitare che un livello insufficiente della domanda o l’inclinazione naturale degli uomini al risparmio impedissero gli investimenti, intralciando la piena espressione delle capacità produttive del sistema economico e penalizzando l’occupazione. Un vero e proprio cambiamento di prospettiva che, come spiega lui stesso nella Fine del laissez-faire, avrebbe trasformato il mercato da un’utopia fondata sulla libertà naturale del Settecento borghese a un’istituzione umana che funziona se le regole che vi presiedono sono adeguate e virtuose.






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