Simone Verde


11 dicembre 2010
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Perché Bondi deve dimettersi

Due anni di affari e di disastri

 
bondi

La settimana scorsa è arrivato il quarto, forse il quinto crollo a Pompei. Questa volta, due muri nella via Stabiana, mentre sulle rovine del sito archeologico si fanno affari: un contratto italo-bulgaro per il film I tesori di Pompei di Michelle Bonev, attrice tanto gradita a Silvio Berlusconi, già generosamente sovvenzionata per un milione di euro da RaiCinema. A questo proposito, la Corte dei conti ha aperto un fascicolo sulla passerella veneziana della Bonev sponsorizzata dal ministro Sandro Bondi. Tornando ai crolli, invece di rassegnare le dimissioni, il ministro invita a non drammatizzare. Per ora gli è stata risparmiata la mozione di sfiducia, dopo la decisione della conferenza dei capigruppo di chiudere Montecitorio fino al voto del 14 dicembre. Dopo, chissà se sarà ancora in carica. Almeno di una cosa, in realtà, è accusato ingiustamente: di non avere un obbiettivo chiaro, poiché è animato da un’unica stella polare, ovvero che gli investimenti in cultura hanno senso se fanno riscuotere subito. Lo si è visto con la nascita del superdipartimento per la valorizzazione dei musei, affidata a Mario Resca, ex manager di McDonald’s e consigliere di amministrazione Mondadori, società che ha in appalto il 30% dei servizi per i musei statali. Lo si è visto anche con i tagli, 1 miliardo in tre anni, quasi il 20% del totale, che hanno investito soprattutto la tutela, ridotta di 157 milioni rispetto al 2008 (-471 milioni, rispetto al 2007). E mentre si indeboliva la struttura ordinaria del ministero, con un bilancio a 1,4 miliardi nel 2011 contro i 7,5 della Francia, mentre per le soprintendenze ordinarie regnava il caos, quelle con maggiore potenziale venivano fatte oggetto di attenzioni particolari.

Il concetto è chiaro, buttare via quello che non rende e mettere mano là dove arrivano i soldi. D’altronde Resca lo ha detto a chiare lettere: «Lo stato può e deve gestire al massimo 20-30 musei, non 460». Peccato però, che oltre a mettere seriamente a rischio i beni culturali italiani in ciò che hanno di unico al mondo, diffusione, integrazione nel tessuto sociale e paesaggio, non si sta portando nessun beneficio neanche nei nodi che si vorrebbero garantire. Basta una lista dei risultati conseguiti nei punti strategici investiti. Nel novembre 2009 è nominata commissario per i lavori dei grandi Uffizi, Elisabetta Fabbri, dimissionaria quattro mesi dopo, quando un’inchiesta della procura di Firenze punta il dito sugli appalti dei grandi eventi e sulla scelta del direttore del cantiere, tale Riccardo Micciché che i Ros qualificano come tecnico «di non comprovata responsabilità che ha contatti con iscritti in contesto di condizionamento mafioso». A Venezia, a giugno arriva Vittorio Sgarbi, nel 1996 condannato con sentenza definitiva a sei mesi e dieci giorni di reclusione per il reato di falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato per produzione di documenti falsi e assenteismo in quella stessa soprintendenza. La sua nomina sarebbe stata revocata dalla Corte dei conti ad agosto.

A Napoli e Pompei, due commissari e tre soprintendenti in due anni. In un anno e mezzo l’ultimo commissario, uomo di Bertolaso, riesce a impegnare quasi 40 milioni di euro, solo il 28% in tutela, con i risultati noti a tutti e in parte al vaglio della magistratura. A Roma, dove Palatino e terme di Caracalla continuano a essere a rischio, arrivano tre soprintendenti in due anni, l’ultima dei quali, Anna Maria Moretti, a interim. Nello stesso arco di tempo, ai soprintendenti vengono affiancati due commissari, prima Bertolaso in persona e ora Roberto Cecchi, commissario anche per la Metro di Roma e di Napoli. Senza contare la Domus Aurea, affidata a Luciano Marchetti, commissario anche per la ricostruzione dell’Aquila e affittuario di un appartamento di proprietà dell’Istituto di Propaganda Fide. Istituto al centro di un’inchiesta poiché destinatario di restauri finanziati dal Mibac tramite la società di servizi Arcus. Fin qui, per le cronache, quando tutti gli studi dimostrano che i beni culturali sono un settore strategico per il rilancio dell’economia e dell’immagine del paese. Per questo, però, ci vogliono tutela e restauri. Politiche, si sa, che non fanno cassa in mezza legislatura.






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