Simone Verde


6 dicembre 2010
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Le ceneri dell’Occidente

L'ultimo pamphlet di Emanuele Severino

 
Emanuele Severino

Cosa succede quando un tronco di legno brucia? Si distrugge e al suo posto rimane un cumulo di cenere. Questa, secondo Emanuele Severino, è la spiegazione senza senso che ne dà il pensiero dell’Occidente. Senza senso, quanto l’idea che una cosa che è – che esiste – possa d’un tratto scomparire nel nulla. Un’idea assurda che, applicata gli esseri umani, riempie la vita di terrore per il niente che li aspetterebbe dopo la morte. A svolgere con particolare sintesi il filo di queste riflessioni è l’ultimo libro del filosofo bresciano, quell’Intima mano che tiene insieme essere e non essere nella follia raziocinante dell’Occidente (Adelphi, 179 pagg, 26 euro). Una piccola summa di quarant’anni di ricerca, che intreccia con particolare chiarezza ed efficacia analisi teoretica e antropologico-politica.

La risposta al trauma del divenire, per Severino, è invece semplice e rassicurante. Sta nel fatto che la scomparsa delle cose non può contraddire la legge fondamentale dell’ontologia: l’impossibilità che l’essere diventi nulla. Lo svanire del tronco sotto il lavorio delle fiamme, piuttosto, significherà il suo trasferirsi altrove, poiché «la legna non è cenere e proprio per questo non può diventarlo». Scongiurata la visione nichilista dell’Occidente, così, «si fanno avanti gli eterni che rimangono nell’essere e per questo tutto può ritornare». Un penisero già espresso nelle ultime opere (La Gioia, Destino della necessità e Oltrepassare), dove la filosofia è riconoscimento della pienezza dell’esistere, ovvero Gioia ontologica destinata alla Gloria poiché predestinata a essere, pur se eclissandosi per poi riapparire.

Teoresi a parte, quel che più è originale in quest’ultimo libro è l’analisi antropologico-politica. L’accusa a un Occidente convinto che tutto ciò che esiste viene e torna nel nulla e che per questo ha assunto la tecnica, la capacità di creare e distruggere, a sua guida indiscussa. La critica di una visione discontinua della storia fatta di cicli in conflitto tra loro, una violenza di fondo che giustifica l’omicidio, in quanto già iscritto nel corso delle cose. La protesta contro uno scontro tra fedi diverse, religiose o meno, che si contendono il mondo all’insegna dell’unica cosa che può avere senso una volta affermata l’impossibilità di una dimensione spirituale ed eterna: la volontà di potenza.






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