Simone Verde


12 ottobre 2010
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Usure, l’estetica del postindustriale

Il padiglione Belga alla Biennale di Venezia

 
Gruppo Rotor

La scoperta di materiali sintetici a prova di usura sembrò la quadratura del cerchio. A buon mercato, malleabili, resistenti, ma soprattutto, si credeva, indistruttibili. Erano la bachelite, la plastica, l’eternit (eterno come dice il nome stesso) la murite, l’acciaio anodizzato e persino la pura lana vergine. Che con il passare del tempo, però, cominciarono a dimostrare i loro difetti. Graffi, ammaccature, consunzione che vennero a demistificare l’immagine di sostanze uscite dalla mente umana come Atena dal cranio di Zeus. La soluzione a questo imprevisto, fu l’usa e getta: se la copia terrena dell’ideale era soggetta a deperimento, sarebbe bastato sostituirla con un’altra replica nuova di zecca. Così, fino alla saturazione degli ultimi decenni, dove plastica e rifiuti sparsi ovunque ci avrebbero ricordato i tristi risvolti materiali delle utopie.
A mettere in discussione questo aspetto della cultura modernista – una ricerca industriale lunga quasi un secolo e cominciata nell’Ottocento – è l’intelligentissima iniziativa del padiglione belga alla Biennale di Venezia, affidato quest’anno al Gruppo Rotor, collettivo di designer e architetti aperto, come tutta la mostra dell’architettura, fino al 21 novembre. Usus/Usures, il titolo, sette sale dove a essere esposto è il deperimento di oggetti che pretendevano di rimanere eternamente identici a loro stessi. La piccola rassegna comprende una scrivania scolorita, due maniglie consunte, un sedile della metro che porta i segni lasciati da migliaia di passeggeri e tanti altri oggetti industriali vecchi e usati che riportano in auge una dimenticata poetica del tempo, il valore estetico delle tracce lasciate dalla vita al suo passaggio.
Lo spiega con particolare efficacia, il raffinatissimo catalogo, confezionato con una copertina di stoffa fatta a posta per rovinarsi e sporcarsi presto. «Perché voler negare l’usura, le tracce del tempo», perché ostinarsi a produrre architetture e spazi refrattari alla dimensione organica, precaria dell’esistenza? Ora che al processo senza salti della modernità non crede più nessuno – tornando all’architettura – perché non abbandonare una volta per tutte l’illusione tecnologica di macchine per vivere che distruggono il pianeta e alienano chi ci abita?






Un Commento


  1. Marta D'Agostino Tortorella

    Un contributo interssante che fa riflettere sugli usi (e abusi) della modernità



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