Simone Verde


5 ottobre 2010
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Risorgere nel Risorgimento

Nell'arte, l'immaginario comune di un paese disperso

 
Risorgere nel Risorgimento

«Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue, di cor». È manzoniana l’Italia della mostra per i 150 anni dell’Unità alle Scuderie del Quirinale di Roma. 1861, I pittori del Risorgimento, una rassegna fresca, tutta camicie rosse, tricolori e altari della patria dove, passeggiando, sembra di sentire le trombe delle truppe garibaldine. Tanto colore e folklore come nello spirito dell’Ottocento accademico ed eclettico, enormi affreschi di battaglie, che invece sono tele dentro cui perdersi per contemplare la morte dei nostri giovani patrioti, sempre eroica e mai crudele. Sublimata da un’estetica popolare che persegue chiara il suo scopo, dimostrando quanto il Risorgimento sia stato una cosa seria.
Unire il popolo attorno alla civiltà della tecnica per contribuire a una missione collettiva di emancipazione e di progresso, questo il senso dell’epopea nazionale che nove anni dopo avrebbe portato la capitale a Roma, dando inizio alla più importante stagione di riforme e di lavori pubblici che il paese abbia mai conosciuto (superiore a quella spesso inopportunamente osannata del fascismo).

Scuole, ospedali, strade, ponti, ferrovie, porti, università, biblioteche, musei, centri di ricerca, città, acquedotti, abitazioni, distretti industriali, infinite realizzazioni necessarie al progetto da cui nasce l’unità. Un progetto borghese determinato a coinvolgere il popolo in tutta la sua varia composizione, dai giovani ai vecchi, dai contadini agli artigiani, dagli intellettuali agli uomini di scienza. Proprio quelli che in un celebre quadro di Napoleone Nani portano Daniele Manin e Nicolò Tommaseo in trionfo in piazza san Marco a Venezia, o che in una tela di Gerolamo Induno accompagnano festosamente Garibaldi nella Discesa d’Aspromonte.

Che il Risorgimento sia stato un momento cruciale, lo si vede anche nell’arte tanto bistrattata di quegli anni su cui si concentra la rassegna delle Scuderie. Dal 1830 alla fine del secolo, dove non spicca la ricerca estetica, né la novità. In cui si registra, anzi, una sfasatura con quanto succedeva in Europa e in particolare nell’arte francese, dove l’eclettismo era stemperato da altre forme di ricerca avanguardista. Un ritardo storico, però, del tutto giustificato in un paese che ha appena visto la luce e che deve costruire la sua identità nazionale mettendo insieme i pezzi di una storia e di una geografia varie quanto ricchissime. Ecco così, nelle tele fuori tempo di Gerolamo Induno, Michele Cammarano, Ippolito Caffi, Francesco Hayez e tanti altri, gli echi del cromatismo rinascimentale, dei panorami di Canaletto, dello sfumato Barocco di un Carracci, delle battaglie del Cavalier d’Arpino o degli interni popolari dei bamboccianti. Niente realismo estetizzante alla Courbet, niente romanticismo consapevole alla Delacroix. Ma il ritorno, resuscitato dall’accademismo, dei generi pittorici della tradizione italiana, dalla pittura di storia a quella di genere. Il tutto, nel filtro dell’Ottocento e pensato in nome di una nuova cultura nazionale – a un tempo aristocratica e popolare, cioè – dell’Italia unita.
Una nazione nuova e forse un po’ ingenua, quella che si può ammirare alle Scuderie, che suscita quasi nostalgia. Così come l’operazione culturale di tanti artisti che hanno contribuito, a volte anonimamente, alla creazione di un paesaggio, di un immaginario nazionale che resiste ancora oggi.

Non lo dimostrano forse le campagne pubblicitarie di Berlusconi, tutte incentrate sui beni artistici, architettonici e paesaggistici del nostro paese? Oppure l’entusiasmo con cui gli italiani parteciparono qualche anno fa alla scelta dei monumenti da mettere dietro i nuovi euro? Un patrimonio di immagini e di simboli tipico di una comunità giovane e forte che ha saputo federarsi con determinazione attorno a un progetto comune e costruire con arte e cultura, i codici duraturi del proprio stare assieme.

Peccato, allora, che l’unità estetica e di civiltà tipica di tutte le tele della mostra non si sia tradotta poi in una società realizzata, in un’industrializzazione omogenea, in una modernità pienamente occidentale.

Peccato che il paesaggio italiano non sia stato soltanto arricchito dalle creazioni della nuova civiltà, ma abbia subito in larga parte uno sviluppo disordinato, aggressivo, violento, predatore che ne ha sfigurato il volto. Una vera e propria tragedia di abusivismo e distruzione che ha il nome del Golfo di Napoli, dei quartieri nuovi e del centro storico disastrato di Palermo, delle periferie di Reggio Calabria, luoghi oggi dimenticati o snobbati dai turisti che nelle tele dell’Ottocento sono paradisi del Grand Tour. Peccato, insomma, che il fresco e lungimirante entusiasmo del Risorgimento alle Scuderie del Quirinale sia stato così tristemente tradito. Peccato anche se, come svela la mostra, ci rimane ancora un patrimonio culturale fatto di immagini, simboli tenaci e cariche di vitalità. Un patrimonio, da cui ripartire.






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