Simone Verde


8 settembre 2010
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Terremoto nell’architettura contemporanea

La dodicesima Biennale di Venezia

 
biennale

Cosa succede quando, con una sgrullata, la Terra si toglie di dosso case e palazzi? O quando la vendetta di un mare in tempesta solleva muri d’acqua e manda giù intere città? La ricostruzione, morti, feriti e un’infinità di beni distrutti, ovviamente; ma anche un vero e proprio trauma culturale di fronte alla vulnerabilità della tecnica e al tracollo di un’architettura e di un’urbanistica che hanno promesso a buon mercato la vittoria definitiva sulla natura. A tal punto che, dopo i terremoti recenti e in attesa degli sconvolgimenti futuri, la 12a Biennale d’Architettura, ricca di installazioni e povera in progetti, dà prova di un’umiltà mai vista.

A ricordare esplicitamente l’incombenza di forze terribili, ci pensano innanzitutto tre iniziative. Il padiglione cileno (ma poteva essere quello di Haiti), allestito attorno al terremoto spaventoso che il 27 febbraio scorso ha devastato il paese. Il padiglione statunitense, con i suoi progetti di ricostruzione di New Orleans, spazzata via nel 2005 dal ciclone Katrina. Infine, Sismycity, iniziativa collaterale a Palazzo Ducale dedicata a L’Aquila e alla sua mancata ricostruzione. Nei tre casi, la lezione è chiara per tutti, sintetizzata efficacemente dall’iconografia mediatica dei tragici eventi. Non soltanto centri storici in macerie, fragili architetture di pietra o di legno venute giù assieme a secoli di storia, ma le immagini di fiammanti edifici moderni in ferro e cemento che si credevano infallibili, miseramente implosi con i loro abitanti o smontati a terra come costruzioni di lego. Per i sopravvissuti, una doppia tragedia che cancella identità, legami passati e mette un’ipoteca sulle promesse future. Laddove ci si sarebbe aspettati il lancio dell’architettura sostenibile e delle prospettive industriali della green tecnology, perciò, ecco una Biennale incentrata quasi tutta sulla riscoperta dei limiti dell’uomo e dell’infinità della natura. Che si apre con un’opera ispirata proprio al terremoto cileno: The boy Hidden in a Fish, di Smiljan Radic e della scultrice Marcela Correa, pietra di granito cava che serve da rifugio naturale di fronte a un «futuro sempre più incerto». E prosegue con l’enumerazione di quei principi imprescindibili che sfidano le capacità poetiche dell’architettura: la forza di gravità, evocata in due immense travi che si reggono in contrappeso nell’istallazione Balancing act dello spagnolo Antón García-Abril; l’evolvere ciclico dell’atmosfera, messo in scena in Cloudscapes di Transsolar & Tetsuo Kondo Architects in una sala che riproduce la formazione delle nubi; e le proprietà intrinseche dei materiali capaci di resistere alle ingiurie degli elementi – legno, metallo e terra – messi in fila in work-place, l’atelier essenziale dell’architetto dell’indiano Studio Mumbai. Questo, nel percorso istituzionale curato dalla direttrice, la giapponese Kazuyo Sejima, che dietro un titolo improntato a una certa retorica esistenzialista, People meet in architecture, ci suggerisce il suo legame con l’olismo naturale del buddismo zen (anche se in modo un po’ disordinato).

Ma anche nei padiglioni nazionali, come sempre vere e proprie finestre aperte sul dibattito internazionale, si assiste a un ritorno delle pratiche tradizionali viste come forme di tecnologia sapiente che assecondano i cicli della natura, perseguono la ricerca di nicchie ecologiche in cui proteggersi e non cercano stupidamente di tenergli testa. Una riscoperta sulle ceneri dell’Occidente moderno e all’insegna della glocalizzazione, che spariglia graduatorie consolidate e costituisce un terreno di ricerca per l’architettura contemporanea in crisi di identità dopo l’eclissi delle estetiche novecentesche. A tal punto che il padiglione ceco e slovacco, con il suo Natural Architecture o le costruzioni ruandesi in fibre vegetali e bambù risultano ben più innovative dei brutti e banali progetti di edilizia sostenibile del padiglione americano. O che la ricognizione del padiglione svizzero sulle qualità paesaggistiche dell’ingegneria civile di fine Ottocento (strade, ponti e viadotti) appare ben più avveniristica delle solite utopie moderniste, come quelle offerte dal padiglione australiano: architetture verticali, razionali e luminose. Ma, come ormai sanno tutti, insostenibili, vulnerabili e non proprio perfette.

Il Padiglione ItaliaIl Padiglione Italia
Uno sguardo critico sull’architettura italiana a partire dalle aggressioni ambientali e urbanistiche presenti e passate che, stravolgendo l’identità del territorio, ne hanno intaccato la coesione sociale e l’identità storico-antropologica. Questa è l’ambizione del padiglione Italia ideato da Luca Molinari e promosso da Mibac e PaBaac. Uno spaesamento è evidente in larga parte del paese, dove rapidi mutamenti non governati hanno alimentato le derive identitarie e autonomiste degli ultimi decenni. L’intento del padiglione è nobile e mette il dito su alcuni tabù come la “crisi paesaggistica” o la “destinazione dei beni sottratti alla mafia”. Ma, nella panoramica dei progetti disponibili emerge arretratezza e l’incapacità creativa e organizzativa delle istituzioni nell’aiutare le eccellenze, nel metterle in rete per promuovere intelligenza collettiva. La loro è ipocrisia di fronte a un’industria delle costruzioni arretrata, dedita a una speculazione a brevissimo termine a detrimento dell’innovazione. Per rendersi conto di quanto sia insufficiente la proposta italiana, basta il confronto con il padiglione olandese. Con l’idea di utilizzare il patrimonio immobiliare dello stato attualmente in disuso per dare vita a istituzioni culturali e formative che permettano all’Olanda di diventare entro il 2030 uno dei leader dell’economia della conoscenza. Vale a dire a fondare nuove istituzioni capaci di diffondere le competenze necessarie per mettersi alla testa dell’economia globalizzata. Niente svendita del demanio a fini commerciali, quindi, niente false riqualificazioni che servono solo a spalmare nuovo cemento su territori saturi (come avviene da noi), ma una riqualificazione leggera in nome di innovazione, coesione e sviluppo in un paese dove i piani casa non servono a incentivare la speculazione ma ad abbattere e ricostruire tanta brutta architettura intensiva del secolo scorso.






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