Simone Verde


2 settembre 2010
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La scelta di Sejima

A colloquio con la direttrice della dodicesima Biennale di Venezia

 
Kazuyo Sejima

«Un’architettura che fa incontrare le persone». È il programma di Kazuyo Sejima, prima direttrice donna della Biennale di Venezia che aprirà le porte al pubblico il 29 agosto. Ritorno cioè alla progettazione, alle sue suggestioni poietiche, alla sua aspirazione a migliorare la vita. Tra fine intellettualismo e pragmatismo, infatti, sembra la missione che anima da sempre la curatrice di questa dodicesima edizione. Poco nota al grande pubblico, l’architetto giapponese – fondatrice assieme a Ryue Nishizawa del sempre più apprezzato studio Sanaa – è autrice di edifici raffinati come il New Museum of Contemporary art di New York, dell’Istituto per l’arte moderna di Valencia o del progetto del nuovo Louvre di Lenz. Ma soprattutto è impegnata nella ricerca di spazi “fluidi” come dovrebbero esserlo le società democratiche, flessibili poiché anti-ideologici, aperti alla natura come un polmone. Riassunto nel titolo di quest’anno: People meet in achitecture. Il tutto sulla scia dell’insegnamento di Toyo Ito, di cui Sejima è stata assistente per sei anni, dal 1981 al 1987, e di quella sintesi tra modernismo e culture orientali, buddismo zen in testa, che tanto ha dato all’architettura degli anni Sessanta e Settanta.

A spiegarlo con chiarezza è Sejima stessa:

«Scopo dell’architettura è creare spazi che contribuiscano a promuovere la comunicazione. Soprattutto oggi che le tecnologie più avanzate sostituiscono sempre più spesso il dialogo, lo scambio reale. Un architetto dovrebbe immaginare spazi fluidi e non gerarchici capaci di creare un flusso ininterrotto di informazioni tra dentro e fuori, e di rassicurare le persone circa la loro capacità di reinventarli in tutta autonomia». Da questa idea dell’architettura, varia, flessibile, a cavallo tra fluidità buddista e della globalizzazione, è nata la decisione di subappaltare l’intero percorso espositivo a una pluralità di architetti, perché ciascuno vi produca un modulo spaziale in comunicazione con gli altri. «A ogni partecipante – fa sapere Sejima – è stato dato un tratto delle Corderie, dove sarà il curatore di se stesso. Tutti gli artisti e gli architetti che prenderanno parte alla Biennale, così, daranno prova del loro modo di articolare il tema proposto, spiegando la propria posizione circa la mediazione sociale dello spazio. In questo modo, la mostra sarà caratterizzata da una molteplicità di punti di vista in dialogo fluido tra loro e non da un singolo orientamento».

Un approccio in linea con i tanti progetti firmati negli anni. Scatole minimali e adattabili a tutti gli usi che lasciano passare la luce e le suggestioni del paesaggio, illudendo in un’osmosi assoluta tra interno ed esterno. Non a caso, lo studio Sanaa ha particolare successo in alcune tipologie di edifici pubblici, musei, scuole e municipi, luoghi simbolo della democrazia interessati a dichiarare rapporti non gerarchici con i cittadini e a lasciar vedere da fuori quello che succede dentro. Vere e proprie macchine di vivibilità e di fruibilità che devono moltissimo a Toyo Ito e al suo Urban Robot (Urbot). Celebre agenzia fondata nel 1971 nella temperie di quell’utopia democratica in architettura che, ispirata dallo sviluppo di tecnologia a buon mercato, aveva visto nascere un po’ ovunque sperimentazioni avveniristiche (come nei progetti utopici dell’italiano Superstudio o dell’inglese Archigram). Un universo profondamente presente nel mondo di Sejima e alla radice di progetti che affidano alla discrezione estetica, e non più a suggestioni high-tech, la loro flessibilità sociale. Universo al cuore di questa dodicesima Biennale, perciò, come ribadisce anche il premio alla carriera all’olandese Rem Koolhaas. Autore, tra l’altro, di Delirious New York, libro feticcio per un’intera generazione che vedeva la soluzione alla furia costruttiva del capitalismo liberista nello spontaneismo verticale, nella crescita in altezza per risparmiare territorio e non in un monito sui limiti biologici della civiltà, in una più severa pianificazione sociale e territoriale capace di tagliare le gambe alla speculazione.

Una Biennale che si prefigura molto diversa, quindi, dalle precedenti del 2006 e del 2008, dirette da Richard Burdett e Aaron Betsky, incentrate sulla sostenibilità, sulla necessità di sanare l’esistente prima di proporre nuovi volumi in territori massacrati spesso dall’abusivismo e dalla speculazione.
Intellettualistica e rarefatta, perciò, lontana dalle piaghe della contemporaneità, l’utopia elitaria di Sejima forse rischia di essere anche il punto debole di questa edizione. Che il sospetto sia fondato emerge dalle risposte date dalla direttrice a riguardo. Alla domanda se democrazia in architettura non significhi oggi tutela delle risorse, priorità alla riqualificazione ambientale di ciò che esiste, la direttrice replica un po’ evasiva: «Penso che la ricerca ideale di spazi plurali sia strettamente legata alla questione della sostenibilità». Per giudicare, ovviamente, si dovrà aspettare l’apertura della mostra. Per il momento, però, vista la crisi mondiale che proprio dalla speculazione immobiliare ha preso il via, sembrerebbe un po’ poco. Come se di fronte agli sconvolgimenti già in atto e che ci aspettano potesse bastare la risposta fornita dalle culture tradizionali. Quelle stesse che hanno assistito impotenti allo scempio.






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