Simone Verde


8 agosto 2010
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Dreamlands?

Se il sogno postmoderno diventa incubo

 
Dreamlands?

C’è poco da fare, il postmodernismo ha vinto. Non in tutti i templi dell’arte e dell’architettura contemporanea, forse. Ma ha vinto per la strada, nel kitsch degli oggetti ammassati negli empori di un Occidente quanto più in crisi, tanto più consumista. Domina incontrastato nelle architetture popolari, nei grandi edifici commerciali, nel design e in una moda dall’eclettismo senza complessi. A fare il punto su questo trionfo è una mostra del Centre Pompidou: Dreamlands, dai lunapark alle città del futuro (fino al 9 agosto). La disputa ha le sue radici nel primo dopoguerra, con il dibattito sull’eredità del Bauhaus che a partire dagli anni Venti aveva proposto un’unificazione delle arti, perseguendo  il superamento del bello in nome di forme perfette in quanto assolutamente funzionali. Un razionalismo, però, che invece di essere universale e astorico aveva finito per tradursi in un’estetica come le altre, associata a un’epoca ben precisa, e per di più infausta, quella della guerra e dei totalitarismi. Per almeno una ventina d’anni l’Occidente avrebbe cercato se stesso, praticando esperimenti dal sapore incerto, finché il boom gli avrebbe restituito fiducia, riaprendo la disputa là dove la guerra l’aveva lasciata. Le due correnti della modernità, così, attive dal XIX secolo, sarebbero tornate a confrontarsi: funzionalità o bellezza? Razionalità o emotività estetica? Modernismo o postmodernismo? Ovvero, la componente simbolica ed emotiva è anch’essa una funzione essenziale che fonda l’autonomia dell’estetica, oppure un ostacolo alla funzionalità?

I primi anni Settanta, su cui più si concentra la mostra, sarebbero stati un laboratorio animato da Peter Eisenman e da Robert Venturi.Il primo, traendo insegnamento dagli errori dei maestri modernisti, avrebbe dato vita all’approccio decostruttivista: se non esiste una forma universale e puramente razionale, poiché l’esperienza sensibile le attribuisce comunque valori simbolici, l’unica salvezza sta nel decostruire le forme esistenti emostrare la loro convenzionalità, l’uso retorico cui si presta la loro dimensione emotiva, a possibile vantaggio del potere. Ne sarebbero nate architetture asimmetriche e destrutturate come quelle di Frank O. Gehry e del suo celebre Guggenheim di Bilbao. Venturi invece sarebbe diventati il teorico più visibile del postmodernismo, sostenitore della complessità degli esseri umani e dei limiti della ragione. Convinto che la dimensione simbolica costituisca una delle funzioni imprescindibili della conoscenza e dell’arte. Il postmodernismo in architettura – come la Pop art molto vicino all’esuberanza del capitalismo – avrebbe giocato con i simboli della tradizione noti a tutti, con le loro suggestioni e con la loro storia, come nel caso di Aldo Rossi e Ricardo Bofill. Da allora a oggi, le luminarie, le facciate cariche delle icone contemporanee del consumo, tanto esaltate da Venturi in Learning from Las Vegas, sarebbero diventate diventate prototipi del paesaggio globale. False antichità al centro delle rotatorie, fontane neorinascimentali, angeli di gesso in giardinetti prospicienti villette di gusto eclettico, pronai di templi classici sulle facciate di resort per nuovi ricchi.  Per non parlare di nuove città concepite come gigantesche macchine del simbolico. Shanghai o Dubai, metropoli dove non c’è un metro quadrato che non sembri un lunapark e conduca l’immaginazione in qualche altrove. Come dimostra l’ambigua architettura di Richard Meier, persino il modernismo dei padri è diventato un universo storicizzato, meritorio di citazione. Per il resto, arcipelaghi artificiali a forma di palme, skyline che si direbbero di cartapesta,  torri che fanno il verso alla storia dell’architettura. Dubai, meta d’elezione della mostra è illustrazione perfetta del suo titolo: Dreamland, originariamente nome di un parco divertimenti newyorkese distrutto da un incendio nel 1911. Metropoli miniaturizzata di paccottiglia fatta delle più celebri città del mondo.
Eccoci, così, al cuore teorico indagato dai curatori, Quentin Bajac e Didier Ottinger. Il legame tra eclettismo, postmodernismo e capitalismo. Tra l’edonismo della società dei consumi e la predilezione per il simbolico in chiave pop della sua cultura estetica. La mostra, d’altronde si apre con i cimeli delle esposizioni universali dell’Ottocento, suggerendo la loro filiazione con il presente. In nome di quella rivoluzione industriale che, permettendo benessere e ricchezza come mai nella storia, avrebbe realizzato un paradiso del consumo su terra, intenzionato a interpretare le necessità fondamentali dell’antropologia e a spazzare via per sempre ogni cultura o spiritualità concorrente. Da qui la vittoria del postmodernismo su qualsiasi altra alternativa, comunque obbligata a competere con esso in spettacolarità.
Piccolo problema, però, una progressiva ipertrofia del simbolico a detrimento delle altre funzioni, di cui la mostra non tiene conto. Edifici scomodi, mal progettati, dispendiosi e insostenibili dal punto di vista ambientale. Scenografie concepite solo per l’apparire, diventate sproporzionate macchine di propaganda che ben raccontano l’evoluzione delle società contemporanee e il destino delle promesse democratiche dell’industrializzazione. Un postmodernismo allergico a ogni progetto razionale e oggi insidiato dalla bioarchitettura, che in tutta la sua raffinatezza è diventato estetica ufficiale del neoliberismo. Di fronte al rischio che il paradiso terrestre lasciato a se stesso si trasformi nell’inferno di una natura e di società prive di controllo, quella del postmoderno non rischia di rivelarsi ora una vittoria di Pirro?






Un Commento


  1. Marta D'Agostino Tortorella

    mi piace molto l'analisi e le ricerca che la sottende: mi sono sempre chiesta perché l'architettura contemporanea non mi "scompinfera", ora ho (quasi) la risposta. Alla prossima



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