Simone Verde


16 luglio 2010
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L’Africa irriducibile di Pasolini

Un libro di Giovanna Trento

 
pasolini

Coscienza rimossa dell’Occidente, questa è l’Africa di Pierpaolo Pasolini. La terra più gelosa della propria ruralità, frontiera invalicabile per l’industria capitalista. Per continuare a dirlo con il linguaggio di allora, è l’inconscio vitale represso dal razionalismo borghese. Punto di riferimento imprescindibile, perciò, nella critica pasoliniana della modernità, ripercorso dal documentatissimo libro di Giovanna Trento, research fellow italiana in Sudafrica, Pasolini e l’Africa, l’Africa di Pasolini (Mimesis, 19 euro).

Africa, coverDopo un decennio in prima linea nella difesa della società contadina friulana, della sua cultura e del suo dialetto messi a repentaglio dal boom del dopoguerra, il primo viaggio di Pasolini in Africa (nel 1961 in Kenya) è un immediato colpo di fulmine. Una scoperta che avviene assai presto, improntata alla nostalgia del mondo rurale minacciato dall’avanzare dell’industria. Da allora, visite e letture non si sarebbero fermate più. Numerosissimi sarebbero stati i testi e i progetti dedicati all’Africa, prose, poesie, articoli, appunti di viaggio, qualche sceneggiatura (Il padre selvaggio) e due film (Un’orestiade africana e parte delle Mille e una notte). Al centro di una così vasta produzione, spiritualità minacciate e altrove perdute, aggredite da un’ideologia dello sviluppo contraria al mistero per la vita e a ogni forma di spiritualità. Dal punto di vista sociale, l’amore per i più deboli, popoli sconvolti da scelte prese negli asettici uffici dell’Occidente, tessuti sociali disarticolati dall’avanzata inarrestabile dei mercati.

Non tutto, ovviamente, dell’analisi pasoliniana regge ancora oggi. A cominciare dalla simpatia paternalistica e incondizionata verso mondi rurali spesso spietati e insensibili alle libertà individuali. E non sempre, come suggerisce il titolo del libro, l’Africa vera coincide con quella sognata da Pasolini. Difficile, per esempio, sposare la rilettura dell’antichità greca fatta nell’Edipo re, dove l’universalità della cultura classica starebbe nella presupposta vicinanza del primitivo, del preindustriale, alla verità. Quanto al panmeridionalismo come frontiera della cultura democratica, all’Africa come terra irriducibile che rivela tutte le pretese della modernità e dell’industria, invece, Pasolini aveva proprio visto giusto.






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