Simone Verde


24 giugno 2010
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Sen, dalla Libertà alla Giustizia

Una risposta postuma a John Rawls

 
Amartya Sen

L’ultima fatica di Amartya Sen da poco in libreria è decisamente in linea con lo spirito dei tempi. Dalla libertà, chiodo fisso dell’economista indiano, all’Idea di giustizia (Mulino 22 euro). D’altronde, riformatore del liberalismo nel momento in cui sembrava l’unico paradigma possibile, Sen aveva già corretto il tiro nel 1992 con una raccolta di saggi dal titolo piuttosto eloquente: La diseguaglianza (Il Mulino). Non l’uguaglianza, termine troppo discutibile e ingombrante, ma l’eccessiva differenza di condizioni sociali ed economiche tra i cittadini. Argomentava infatti Sen, cosa significa infatti uguaglianza? Uguaglianza di cosa, quando gli esseri umani nascono per natura tutti diversi? E, seguendo la celebre massima di Rawls che recita «si devono eliminare le diseguaglianze che rafforzano chi sta meglio e autorizzare quelle che possono permettere a chi sta peggio di migliorare la propria condizione», aggiungeva: più che promuovere l’uguaglianza, concetto pericoloso e astratto, non si dovranno ridurre le diseguaglianze, promuovere le capacità di ciascuno a garanzia della libertà di tutti?

Con il nuovo libro, Sen corregge di nuovo il tiro. La libertà rimane di fatto il centro teorico del sistema, ma è come messa da un lato, per fare spazio alla giustizia. Il principio di fondo rimane comunque lo stesso, liberamente ispirato a Rawls: all’idea, cioè, che la ricerca della libertà sia il motore dello sviluppo; che uno sviluppo completo (economico, culturale e sociale) diffondendo libertà, genera altro sviluppo; e che la libertà fa da stimolo solo se tutela le differenze positive e abolisce le differenze discriminanti. Ma questa volta, Sen punta il dito sulle ingiustizie. Cosa significa, infatti, eliminare le diseguaglianze che rafforzano chi sta meglio? E autorizzare quelle che permettono a chi sta peggio di migliorare la propria condizione? Insomma, afferma il Nobel indiano confrontato alle ingiustizie del mondo contemporaneo, come si realizza concretamente quell’Idea di giustizia fondata sulla libertà, che è anche la promessa, il titolo del più celebre scritto di Rawls? La risposta è affidata a quasi cinquecento pagine dense di linee guida empiriche, pensate perché la massima regolativa di Rawls acquisti finalmente senso in un concreto sviluppo sociale, culturale ed economico legato alla libertà. Siamo proprio sicuri, però, che la libertà si presti al giogo livellante della giustizia e riesca a sopravviverne?

The idea of Justice, coverNata con l’industrializzazione e con la modernità razionalista, infatti, l’idea di libertà è profondamente legata alla cultura del positivismo, all’ipotesi di una crescita materiale e sociale capace di liberare gli uomini da ogni condizionamento. Soltanto una prospettiva di crescita infinita, infatti, può giustificare l’utopia di una libertà intesa in senso assoluto per uomini contingenti e limitati. Libertà, cioè, come l’ideologia ufficiale del mondo moderno. Ma cosa ne è ora che la crisi finanziaria, la limitatezza delle risorse e la crisi ecologica promettono una regressione delle condizioni materiali delle nostre società? Non è, assieme all’uguaglianza – utopia socialista – l’altra utopia, questa volta liberista, ereditata dal Ottocento e dal Novecento? Se le cose stanno così, non si può accusare la libertà della stessa astrattezza che Sen attribuisce dell’uguaglianza? Libertà di fare cosa, perciò, libertà da cosa?

Non rispondendo a queste domande, Sen dimostra di rimanere legato a una contraddizione che è quella del riformismo di fine Novecento: confutatore del liberale paretiano, ma comunque difensore dell’ideologia della libertà (anche se Sen preferisce parlare di “freedom”, di libertà come autodeterminazione, e non di “liberty”, libertà in senso assoluto). Nella sua progressiva riforma teorica, incarna le incertezze del tempo presente ma non riesce a indicare una strada, una valida alternativa linguistica e concettuale. Soprattutto, partecipando dell’attuale smarrimento circa le radici profonde della politica, dimentica forse l’elemento più importante: la dimensione collettiva. Il fatto, cioè, che la libertà, l’autodeterminazione non è un’entità astratta, ma il prodotto del benessere conseguito da una collettività. Quella che l’utopia liberale ha chiamato “libertà”, cioè, altro non è che la porzione di lavoro collettivo ridistribuita, poiché riconosciuta di diritto a ogni singolo cittadino: in esseri limitati e imperfetti come gli uomini, la libertà non è una dimensione individuale ma la ricaduta individuale di un benessere conseguito collettivamente. Benessere fragile, perciò, soggetto ad ampliamenti e a contrazioni, legato a precise condizioni storiche, economiche e sociali.

Chiaro, perciò, quanto il concetto di libertà sia dovuto alle promesse dell’industria e della modernità. Utopia razionalista, sosterranno alcuni, inganno borghese, altri, per scongiurare riforme sociali, illudendo l’individuo di essere all’origine della propria riuscita. Ma quando la ricchezza della comunità diminuisce, assieme ai suoi benefici, allora, cosa fare? Parlare di “libertà” servirà a poco, quando questa si dimostra legata alla dimensione collettiva. L’unica cosa da fare è vegliare sul patto sociale e stare attenti che a stringere la cinghia siano tutti e allo stesso modo.






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