Simone Verde


28 maggio 2010
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Maxxi velleità contemporanee

L'utopia architettonica di Zaha Hadid e la collezione che non c'è

 
Maxxi velleità contemporanee

Il Maxxi, un museo? Qualche mese fa, all’apertura dell’edificio appena finito ma ancora vuoto, seguirono le polemiche. Come esporre opere in lunghi percorsi dai muri e dai pavimenti obliqui? Come integrarle all’interno di spazi spettacolari che producono perturbazioni percettive? Come evitare, insomma, che il capolavoro di Zaha Hadid prendesse il sopravvento? Nell’impossibilità di rimuovere l’ostacolo, i responsabili e i curatori, Anna Mattirolo e Margherita Guccione, sembrano aver deciso di aggirarlo: se l’architettura non pare tener conto delle opere, saranno le opere a dover integrare l’architettura.

Ecco, perciò, che la prima rassegna dei lavori in collezione si chiama “spazio”, divisa in quattro sottosezioni: Natura Artificiale, Dal corpo alla città, Mappe del reale e La scena e l’immaginario. Un escamotage intelligente, se si considera che l’arte contemporanea è nata proprio dalla scomparsa dell’opera d’arte come oggetto e dalla sua aspirazione a diventare parte della vita, investendo o riflettendo lo spazio dello spettatore. È nata con i tagli di Fontana, i dripping di Pollock o il segno gestuale di Hartung. Avrebbe investito lo spazio pubblico e privato con la performance, l’happening, la land art e l’istallazione. Avrebbe portato alla scomparsa dei generi artistici, producendo la contaminazione globale tra pittura, scultura, video e architettura. Ma come rendere visibile tanta logica del contemporaneo, quando manca una vera e propria spina dorsale, un’impronta fortemente contemporanea, appunto, alla collezione?

Maxxi velleità contemporaneeEcco così come una scelta giusta, priva degli strumenti adeguati, può portare a esitiparadossali. Cosa c’entra, per esempio, Fate Presto, la celebre serigrafia di Andy Wahrol che riproduce in serie la prima pagina del Mattino di Napoli all’indomani del terremoto in Irpinia, nella sezione Natura Artificiale, là dove i curatori scrivono che «arte e architettura imitano la natura servendosi dell’artificio»? O cosa ci fa la famosa Mappa del mondo di Alighiero Boetti, se non per assonanza, nella sezione Mappe del reale, dove «le opere rispondono all’architettura del Maxxi tracciando percorsi e traiettorie che dall’interno ci proiettano verso punti distanti»? Accostamenti aneddotici facili da evitare quando le opere parlano lo stesso linguaggio cosmopolita della Hadid. Come nel caso di Marsyas di Anish Kapoor, uno dei rarissimi capolavori presenti in collezione, enorme imbuto aspirante dove la straniazione percettiva ottenuta da una sofisticatezza altamente tecnologica, nel confronto con l’architettura del museo, non ha bisogno di giustificazioni.

Da qui, si sente risorgere l’eco delle polemiche: perché spendere 150 milioni di euro per un museo di arte contemporanea che avrà solo spiccioli per comprare opere? Perché, poi, con i pochi denari a disposizione privilegiare artisti italiani, quando la dimensione globale è l’essenza dell’arte contemporanea? E perché non affidare la promozione dell’arte contemporanea più italiana e non ancora globale a istituzioni come la Gnam o il Macro (che proprio ieri, contestualmente al Maxxi, ha aperto le porte)? E infine, perché inaugurare il museo con due mostre un po’ retrò e tutt’altro che globale: l’architetto Luigi Moretti e l’artista Gino De Dominicis (la seconda a cura dell’onnipresente Achille Bonito Oliva)? Insomma, nella splendida scatola del Maxxi, dov’è il contemporaneo globale? Dove sono le opere capaci di tenere testa a Zaha Hadid? Dove sono i giovani curatori italiani e internazionali? Aspettando altri soldi e competenze che probabilmente non arriveranno mai, non resta che godere dell’architettura visionaria del museo, simbolo di un’utopia contemporanea destinata per il momento a restare tale.






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