Simone Verde


29 aprile 2010
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E la cultura?

Fine di una religione laica

 
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Cultura. Il termine ha etimologia latina e quindi, una lunga storia. Colere, in agricoltura coltivare, ma anche onorare, omaggiare una divinità. Il primo a intuire l’uso che ne avrebbe fatto la modernità fu Cicerone: “Un campo può essere fertile quanto si voglia – scrive nelle Tuscolane II, 13 – ma se non è coltivato non dà frutti: e lo stesso l’anima, se non a si educa”. Un’idea quasi religiosa della cura intellettuale di sé, che avrebbe penetrato a tal punto l’immaginario e il linguaggio dell’Occidente da indicare di tutto e non voler dire più niente. Dall’antropologia culturale, alla sociologia della cultura, ai più recenti cultural studies, fino all’uso generico del termine valso a definire qualsiasi attività ritenuta edificante. Malgrado l’origine antica, in realtà, il primo a parlare di cultura in senso moderno fu il poeta Mattew Arnold all’inizio dell’Ottocento, e il primo a codificarne il senso critico fu, nel 1870 l’antropologo britannico Edward Taylor. A cosa si deve, allora, una fortuna così repentina e recente?

Per chi volesse approfondire, il tema è negli ultimi tempi al centro di una vera e propria avventura editoriale che ha avuto il suo apice divulgativo nel 2006 con la pubblicazione di un piccolo quanto utilissimo manualetto del celebre Peter Burke: La storia culturale (Mulino). Avventura proseguita per tutto il 2009 e tutt’ora in atto con l’apparizione di una raffica di volumi sull’argomento: La seduzione della cultura tedesca di Wolf Lepenies (2009), Organizzare la cultura di Paul DiMaggio (2009), Studiare la cultura, antologia, a cura di Marco Santoro e Roberta Sassatelli (2009), La cultura come capitale, sempre a cura di Marco Santoro (2010) e L’invenzione dell’arte, una storia culturale di Larry Shiner (Einaudi 2010), solo per citarne qualcuno. Un piccolo scaffale di un’immensa biblioteca, sufficiente a rivelare alcune essenziali verità. Prima fra tutte, che quello di cultura è un concetto borghese nato per sostituire il sacro e il religioso con l’arrivo della secolarizzazione. Ce lo spiega con esemplare chiarezza Shiner nel suo saggio, ricostruendo il momento in cui la cultura, studiata qui nelle sue manifestazioni estetiche, diventò la religione laica dei moderni. Gioco trascendentale delle nostre facoltà, quindi rivelazione della libertà razionale dell’uomo, per l’illuminismo kantiano; determinazione dell’universale nel particolare, ovvero apofania del divino, secondo l’universo romantico.

A celebrare la religione laica dei nuovi dominatori, ci avrebbero pensato nuove istituzioni, accademie, auditorium e musei. Obiettivo: appropriarsi dei massimi capolavori del passato, sradicarli dai loro contesti con il pretesto di liberarli dall’uso strumentale dei vecchi poteri, monarchia e chiesa. Andò a finire, così, che qualsiasi forma di sapere, qualsiasi visione del mondo – che si trattasse di credenze popolari o della verità rivelata di Dio – venissero piegate alla nuova verità borghese e descritte come forme incompiute di cultura. Raramente, operazione ideologica sarebbe stata più efficace. A conferma, il radicamento delle nuove istituzioni culturali, oggetto dei pellegrinaggi laici del turismo di massa attratto dalla promessa di un orizzonte dai valori compiuti e perfetti. Proprio sull’efficacia di formule come queste, capaci di interpretare bisogni ed esigenze insopprimibili degli esseri umani, si sarebbe esercitata presto la nascente antropologia culturale, rinnovata, poi, dai cosiddetti cultural studies che, sotto lo stimolo della critica marxista, avrebbero svelato l’origine borghese del concetto e investito gli ambiti meno istituzionalizzati della cosiddetta cultura di massa. La scoperta dell’antropologia culturale, in particolare del filone definito strutturalista-funzionalista è semplice quanto imprescindibile: l’efficacia di una condivisa visione del mondo – che sia religiosa, filosofica o, come nel caso dell’Occidente moderno, culturale – sta in soluzioni, giustificazioni, principi aggreganti utili ad affrontare i problemi del presente. Sta, essenzialmente, nella capacità di spingere gli esseri umani a vincere la paura che nutrono gli uni verso gli altri per unirsi contro le insidie della natura, della malattia e della morte. Sfide che la cultura borghese ha saputo fin qui cogliere e risolvere appieno, con il progetto razionale e collettivo dell’industria. E per il futuro?

A giudicare dai tagli praticati un po’ ovunque, dal ritorno di spiritualità marginalizzate dalla secolarizzazione, dal dilagare di visioni del mondo basate sui nuovi linguaggi delle immagini, dal declino di istituzioni trasformate in uffici-eventi, la categoria di cultura – intesa in tutta la sua pregnanza e utilità storiche – si porterebbe proprio male. Male, quanto il progetto, la promessa collettiva che le ha dato credibilità, oggi insidiata dalla crisi ecologica, dai ricorrenti dissesti economici e da una globalizzazione impazzita che nessuno sembra riuscire a controllare. La cultura, perciò, categoria probabilmente desueta in un mondo dove l’operosa borghesia industriale è stata sostituita dai campioni della finanza, è ancora all’altezza di servire il futuro?






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