Simone Verde


5 aprile 2010
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Domus Aurea, che frana

Il degrado dei beni culturali e il fallimento della borghesia italiana

 
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Nessuna sorpresa. Dopo decenni di inutili allarmi e di limitatissimi restauri, è successo quanto ampiamente previsto: sono crollati 130 metri quadrati di volte della Domus Aurea (appartenenti al Comune di Roma). Riscoperta nel XV secolo in pieno Rinascimento, visitata per secoli a lume di candela e liberata in fretta dalla furia nazionalista del fascismo, la residenza di Nerone costituisce uno dei luoghi fondatori della cultura occidentale. Per il mondo antico, l’immenso complesso imperiale, che con i suoi 80 ettari di costruzioni e giardini copriva il 25 per cento dell’urbe, rappresenta l’episodio più alto per la penetrazione della cultura ellenistico-orientale nel mondo romano. Per l’Europa moderna, la riscoperta delle volte affrescate, nelle sale riempite di terra e usate come fondamenta delle terme di Traiano dopo la damnatio memoriae di Nerone, ispirarono la rinascita della pittura classica, quelle grottesche e quel bel composto che possiamo ammirare in un’infinità di edifici sacri, pubblici, palazzi europei tra Quattro e Novecento. Duemila anni, una densa vicenda simbolica e monumentale alle radici dell’identità contemporanea, menomati da qualche pioggia in più. E dal degrado di un’Italia che, non volendo badare a se stessa, rischia di sottrarre all’Occidente molti dei suoi luoghi fondatori.
Certo, si affretterà ad affermare cinicamente qualcuno (e qualcuno si è già affrettato ad affermarlo), a essere crollata è proprio una delle volte costruite da Traiano per sostenere le sue terme, simbolica restituzione dopo la morte del tiranno delle aree sottratte al popolo di Roma: quasi a dire che se le strutture traianee crollasseo tutte, la Domus Aurea tornerebbe a prendere luce là dove nel 64 d.C. gli architetti Celere e Severo avevano previsto peristili. Un crollo provvidenziale, dunque. Peccato che a rischio sia tutta la struttura oggi superstite. Peccato che dal 1939, dopo l’apertura al pubblico voluta dal fascismo, le pitture e le volte subiscano la continua infiltrazione dell’acqua che lesiona i muri e offusca gli affreschi. Peccato che la superficie da proteggere e impermeabilizzare sia grande come un campo di calcio. Peccato, infine, che per scongiurare la scomparsa della Domus Aurea, basterebbe stanziare qualche decina di milioni di euro e stendere qualche metro quadrato di guaina. Proprio oggi che le tecnologie sono più che mai disponibili. Peccato, soprattutto, che quello della Domus Aurea, sia solo un caso tra tanti dell’attuale distruzione accelerata di un patrimonio artistico e archeologico italiano che per millenni, pur se con alterne vicende, è passato di generazione in generazione.
Altro caso di crollo annunciato, è ora quello del Palatino. Abitato almeno dall’XI secolo a.C., la più illustre collina di Roma costituisce un altro di quei luoghi fondatori dell’identità occidentale. Occupato dalle mitiche capanne romulee, in epoca repubblicana, per la favorevole esposizione a Sud e ai venti salubri marini, divenne residenza aristocratica. Poi, dimora degli imperatori, il Palatino avrebbe significato ben preso ben più di un colle, ma la concretizzazione divina, architettonica e urbanistica del potere: dal suo nome sarebbe derivato, infatti, quello di “Palazzo”, “Palais” in francese, “Palace” in inglese e così via. Magnificato nei millenni in una groviera di cunicoli, passaggi coperti, sale affrescate, oggi il Palatino rischia, come già successo nella sua storia, di venire giù. In particolare la sua parte più fragile, quella a Ovest. Dei miseri 130 milioni di euro necessari, secondo gli studi condotti dallo strutturista Remo Croci e consegnati da anni al ministero, soltanto undici ne sono stati stanziati e molti spiccioli, per pietà, aggiunti dal World Monument Found. I restauri, insufficienti, sono iniziati, ma se continua così, finirà come per la Domus Aurea.
Riusciamo a immaginare Atene che rischia di perdere l’Acropoli, trascinata a valle da una frana, senza che nessuno si mobiliti? Palatino, Domus Aurea, la lista è lunghissima, a partire da Pompei che riesce a racimolare ogni anno 27 milioni di euro dai biglietti, quando per salvare un patrimonio com quello con un ciclo completo di restauri ce ne vorrebbero almeno 250 in soluzione unica. Mica tanti se si considera che di recente il governo francese ha stanziato 500 milioni euro per la riqualificazione della reggia di Versailles.
Di fronte a questo tsunami, viene da farsi qualche domanda. L’idea di patrimonio, di tutelare i beni culturali è relativamente recente. Prefigurata nel Rinascimento è stata attuata sistematicamente con l’ascesa della borghesia e delle sue istituzioni. Sorta con l’Umanesimo e ripresa dall’antropocentrismo illuminista è stata praticata con sistematicità e retorica dagli stati nazione. Il degrado, lo sfascio, l’oblio sistematico – quasi programmatico – dei simboli della nostra comunità storica (ora sostituiti dall’immaginario antistorico, tipico dei nuovi dominatori, dei mezzi di comunicazione di massa) non significano forse il degrado, il fallimento della borghesia italiana?







  1. Marta D'Agostino Tortorella

    La tutela dei beni culturali in Italia dovrebbe essere la priorità dell'agenda del "fare", costituendo un'investimento inderogabile, volto alla fruibilità delle opere d'arte (che dovrebbe essere la spina dorsale di un turismo sostenibile).


  2. .

    perché questo avvenga, bisognerebbe che la tutela dei beni culturali fosse condivisa da tutti. E invece viene visibilmente percepita da qualcuno come ostacolo per un'egemonia culturale fondata sul linguaggio delle immagini….



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