Simone Verde


19 febbraio 2010
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Caravaggio, lo sciupafemmine

La mostra di Caraaggio alle Scuderie del Quirinale di Roma

 
Caravaggio, lo sciupafemmine

Compito grato, festeggiare i 400 anni dalla morte di Caravaggio, gigante dell’arte, protagonista di quella svolta che, fallite le utopie razionaliste del Rinascimento, avrebbe inaugurato la cultura dell’Occidente moderno. Ricostruire il contesto in cui la sua figura prese piede, l’Italia della Controriforma alla ricerca di nuove spiritualità capaci di giustificare teologicamente le crisi di una Storia sfuggita di mano. Riassumere le ricerche di una critica da sempre barricata su conflittuali schieramenti, o lasciar parlare le opere, mettendo per esempio a confronto le due versioni della Conversione di Saulo dipinte per la cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo. La prima, preziosa e convenzionale, tentativo di compiacere e di rappresentare il gusto tardomanierista di fine Cinquecento, e per questo, forse, rifiutata dai lungimiranti committenti; la seconda, innovativa e più autenticamente caravaggesca. Compito facile e stimolante, insomma, festeggiare la ricorrenza con una mostra problematica su un personaggio così controverso come Caravaggio e su un secolo così travagliato come il Seicento. Compito, però, che la rassegna ideata da Claudio Strinati alle Scuderie del Quirinale di Roma, sembra disattendere. Tanto più strano, che obiettivo rivendicato dell’iniziativa è presentare al pubblico l’opera certa e chiudere con decenni di dubbie attribuzioni, lasciando sperare in una mostra filologica e complessa.

Rassegna comunque da vedere, vista la quantità delle opere, ma priva dell’attenzione necessaria alla ricorrenza, come testimonia anche l’esile catalogo e la presenza, a questo punto davvero singolare, di tele di dubbia attribuzione… Colpevole disattenzione, come nella pessima illuminazione riservata al pittore della luce? Forse no. Forse, lontana la sbornia degli anni Ottanta – anni sensibili al genio tormentato dell’artista – è il momento della normalizzazione (per non dire del revisionismo), della sbornia nazional-popolare, dell’eclissi della complessità. Insisteva qualche giorno fa lo storico dell’arte Maurizio Calvesi, presentando alla stampa i festeggiamenti: «Non c’è nessuna prova che Caravaggio fosse un “pittore maledetto”. Né miscredente, né omosessuale. In verità vere e proprie calunnie. Ma praticante e probabilmente morto in duello per una donna». Come se l’eventuale omosessualità fosse una «calunnia» (ma poi, cosa ne sa lo storico, forse c’era?), o se fosse mai stata in dubbio la sua convinta fede. Estatica ed eretica, però, nella Roma di fine Cinquecento. E come se l’invenzione romantica di un Caravaggio maledetto, non fosse parte di un’universalità estetica capace di attraversare gusti e Weltanschauung. Compresa, ora, quella dell’Italia contemporanea, bisognosa di geni virili e devoti, quindi inevitabilmente sciupafemmine.






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