Simone Verde


17 febbraio 2010
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Boltanski, Personnes

L'edizione di monumenta 2010 al Grand Palais

 
Boltanski, Personnes

«È ancora possibile scrivere poesia dopo l’Olocausto? ». L’interrogativo venne agitato dal filosofo tedesco Theodor Adorno nel primo dopoguerra. Si può ancora, dopo stermini operati in nome di modelli razionali di perfezione, prefigurare con l’estetica l’esistenza di un mondo perfetto? Il lavoro di Christian Boltanski, artista francese di madre corsa e di padre ebreo polacco, gira tutto intorno a questo interrogativo. Quale paradigma è possibile proporre a immagine di futuro quando, al massimo delle sue capacità tecniche, l’umanità ha prodotto il peggiore abisso? Come dimostra l’ultima creazione dell’artista francese – l’immensa installazione che resterà fino al 21 febbraio al Grand Palais di Parigi – la risposta sta nell’essenza stessa della contemporaneità, in un’arte, cioè, che non ambisce a dare risposte, ma a interrogare, a mettere in discussione ogni illusorio orizzonte di senso, ribadendo l’insopprimibile verità di ogni essere umano.

L’esercizio compiuto da Boltanski al Grand Palais è esemplare, destinato a rimanere uno dei maggiori episodi del nuovo secolo. Sotto la gigantesca cupola di ferro e acciaio costruita in stile Art Nouveau per l’esposizione universale del 1900, l’artista ha disteso a terra e a scacchiera migliaia di vestiti usati, illuminandoli con la luce fredda dei neon. Al centro della navata, un’altissima gru afferra, solleva e lascia cadere gli ultimi stracci di un’enorme montagna, al rumoreggiare di battiti cardiaci registrati che fanno pensare al martellare d’officina. Obiettivo, ovviamente, demistificare la sontuosità ingegneristica del Grand Palais; suggerire lo scarto tra la vita umana, la sua natura organica e la potenza omicida delle macchine, lo spietato antiumanesimo della civiltà della tecnica, le innumerevoli vite mortificate in suo nome; sottolineare la filiazione storica tra Art Nouveau, la ricerca della verità nelle scienze positive e lo sviluppo dell’ingegneria genetica e delle teorie della razza. Tralasciando la dimensione storicocritica dell’installazione, poi, si impone la commozione di fronte al poco che resta di esistenze scomparse e inghiottite dal tempo. Vestiti fatti spesso in serie, diversamente deformati da corpi ormai scomparsi. Macchie, cuciture, polsi e gomiti logorati da Personnes (è il titolo dell’opera) che, dopo intense vite recenti, non ci sono e non ricordiamo già più.






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