Simone Verde


6 febbraio 2010
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Barocco contemporaneo

Una mostra al Madre di Napoli

 
Barocco contemporaneo

Quando l’ambizione dei nuovi ricchi liquidò progressivamente le virtù repubblicane per instaurare oligarchie, quando i vincoli che avevano permesso la diffusione della ricchezza vennero visti come impaccio a ulteriore arricchimento, dal Rinascimento ci si trovò nel Barocco. Lo schema storico, la trama sociale di uno dei rivolgimenti più significativi della storia europea mirabilmente descritto da José Antonio Maravall in un libro diventato classico (La cultura del Barocco, il Mulino), suonano particolarmente familiari al lettore contemporaneo. A tal punto che alle soglie degli anni Novanta, quando si cominciò a entrare in quell’epoca della postmodernità dove la mistica del mercato prendeva il sopravvento, alcuni critici cominciarono a parlare di neobarocco. Le analogie, d’altronde, erano e rimangono tante: una società omogenea che ricerca diseguaglianza; speculazioni e crisi finanziarie animate da ceti medi che si sentono a rischio e sperano di compiere il salto; guerre e conflitti generati da società in continua destabilizzazione. Qualche aneddoto dal passato? La trasformazione dei comuni in signorie; nel 1636, il crack della Borsa di Amsterdam; grandi epidemie tra cui la peste; il fallimento dei maggiori banchieri italiani; un secolo e mezzo di conflitti (Guerra dei trent’anni, Guerra di successione spagnola…). Tutti dati che stimolano il paragone con il mondo contemporaneo, come fa anche una mostra al Madre di Napoli: BaRock, l’anima profondamente barocca del contemporaneo, la cultura estetica di un’epoca dove il ritorno delle diseguaglianze e del dominio del più forte fa passare di moda la fiducia nella ragione.

Dove – per riprendere l’analisi del Maravall – «i ricchi provenienti da ogni classe sociale conducono imprese gravemente nocive per la comunità», coalizzandosi attorno all’assolutismo e promuovendo una cultura che cavalca l’insicurezza diffusa, privilegia l’afflato mistico e una rivelazione sensibile del divino che si crede inaccessibile agli strumenti dell’intelletto. Con l’eclissi dell’ideale razionalista, delle Avanguardie o del Rinascimento, perciò, l’arte ricercò lo stupore. Il barocco, appunto, o sensation, come recitava nel 1997 il titolo di una celebre esposizione dei collezionisti Saatchi & Saatchi, intenzionata a documentare il sempre maggiore sensazionalismo dell’arte contemporanea. Sfida ripresa ora dal Madre, che accoglie il visitatore con il pezzo più discusso e famoso del 1997: Heaven ( Paradiso). Opera che denuncia la scienza sostituitasi alla religione nel promettere ciò che l’uomo non potrà mai ottenere: il superamento della morte. Il celebre squalo sotto formaldeide di Damien Hirst che liquida il potere illusorio della tecnica quale puro artificio, affermando come l’unica possibilità di vedere la vita dove non c’è più, sta in una visione estetica, tutta barocca. Così come in Moon Shadow, lavoro di Anish Kapoor, dove lo zampillare di cera rossa dai muri squarciati suggerisce la presenza di vita spirituale nascosta nella materia inanimata.

In entrambi i casi, come per i numerosi artisti scelti dai curatori, Eduardo Cicelyn e Mario Codognato, (tra cui i fratelli Chapman, Cattelan, Gordon, Hatoum e tanti altri), mirabili visioni necessariamente spettacolari – poiché la verità che sfugge alla ragione deve essere assolutamente travolgente – e la solita sfiducia nelle capacità razionali che spinge a cercare un senso in calcolate apofanie sensibili. Come ribadisce Giulio Giorello nel catalogo, infatti, la sfiducia di allora, è forte anche oggi. Nel Seicento portò al fallimento dell’aristotelismo, della sua pretesa di descrivere la realtà in un sistema teoreticamente predefinito e aprì la strada al metodo sperimentale, alla misurazione quantitativa dei fenomeni, qualitativamente impossibili da circoscrivere. Oggi, accompagna scoperte sensazionali dove le risposte che si credono a portata di mano si spingono sempre più in là, invitando fisici e scienziati a servirsi di grandi metafore letterarie per suggerire un ipotetico senso complessivo del sapere (come nel famosissimo Paesaggio cosmico di Leonard Susskind).

Ancora una volta, domina la ricerca di una scappatoia ultra-razionale, di un senso allegorico della vita, in un teatrino dove gli esseri umani recitano ruoli e ripetono all’infinito archetipi di cui sfugge il senso profondo. Si fa avanti una spettacolarizzazione dell’esistenza, la voglia di una rivelazione che squarci il ripetitivo copione quotidiano, illuminandolo di qualche travolgente verità. Per soddisfare questa visione del mondo, il Seicento praticò una fusione tra i generi artistici chiamato bel composto e intenzionato a porre le condizioni perché l’appuntamento con il miracolo si compisse puntualmente nell’arte totale. Analogamente avviene oggi dove l’insicurezza dei cittadini e le ambizioni egemoniche dei potenti non si traducono in grandiosi apoteosi decorative ma nella contaminazione dei linguaggi e nel fantasmagorico mondo delle immagini televisive e cinematografiche. Nelle allegorie raffinate messe in scena dal Madre, ma soprattutto nel continuo carnevale effimero dei mezzi di comunicazione di massa, dei fondali televisivi come scenografie secentesche di cartapesta, dei reality show dove l’esistenza più banale e priva di senso sembra improntata d’un tratto a un copione già scritto.






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