Simone Verde


26 gennaio 2010
Twitter Facebook

Fine di un mondo

Il declino di Detroit e la fine dell'industrializzazione moderna

 
Fine di un mondo

Anche la modernità ha la sua Pompei e si chiama Detroit. Non soltanto fabbriche vuote, capannoni collassati di un’industrializzazione fallita, ma anche teatri, scuole, biblioteche in rovina. Un’immensa vanità delle aspirazioni moderne ritratta con occhio attento da Andrew Moore, celebre fotografo di architettura e docente a Princeton, autore di un reportage del declino edito da Damiani (Detroit Disassembled, 40 euro). Più che Pompei, in realtà, Detroit fa pensare alla Roma del tardoantico, quando gli immensi spazi delle basiliche servivano da riparo alle greggi, sulle gradinate dei teatri si incrostavano baracche, le statue venivano pestate in enormi mortai per farne calce da costruzione.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


Analogamente avviene oggi nella storica capitale dell’industria dove sotto le immense coperture delle fabbriche crepitano i focolari degli homeless; laboratori e uffici vengono saccheggiati alla ricerca di qualche bene di fortuna; branchi di cani e di altri animali si riappropriano degli spazi disertati dagli uomini. Se qualcuno non ha ancora capito cos’è il mondo post-industriale, verrebbe da dire, speditelo a Detroit. Per mostrargli con quanta fretta la natura riduce a nulla il più grande progetto razionale.Con che rapidità le forse centrifughe delle società e degli interessi, portando energia e ricchezza altrove, hanno volatilizzato un modello di società che sembrava impossibile destrutturare. Il titolo scelto da Moore è perfetto: Detroit Disassembled, appunto, l’utopia modulare industrialista smontata pezzo a pezzo. L’autopsia di questo processo è disponibile da lungo tempo negli scritti di Alain Touraine, Ralf Dahrendorf, Daniel Cohen, Prem Shankar Jha per esempio. E la dinamica del declino è chiara quanto irresistibile: un’industrializzazione che creando infrastrutture globali genera i presupposti della delocalizzazione. L’ingresso prepotente delle macchine che riduce il lavoro umano allo stretto necessario (gli operai sono oggi meno del 10 per cento dei lavoratori). Un drastico abbattimento dei costi di produzione che porta alla nascita delle multinazionali e sposta le risorse nell’ideazione e nella commercializzazione. «Società dell’informazione», avrebbe chiamato qualcuno l’attuale sistema dove produrre materialmente gli oggetti non costa nulla, dove il lavoro non ha quasi valore, ma dove a contare sono la pubblicità e il marketing, assieme alla finanza che permette di attingere denaro in qualsiasi punto del pianeta. Un paio di scarpe disegnate a New York, prodotte a Calcutta e rese appetibili a Los Angeles, per esempio.

La prima vittima sarebbe stata la modernità e il suo modello industrialista. Quella che Durkheim aveva definito «solidarietà organica» tra dirigenti e operai, uniti dal sentimento di partecipare a una stessa impresa. Seconda vittima, la “società”. Composta da classi magari in conflitto, ma coordinate nella realizzare uno stesso progetto. Quale compartecipazione ci può essere, infatti, tra un operaio e un imprenditore in due punti opposti del mondo? E quale sindacalizzazione può esserci, quando i lavoratori sono sempre meno decisivi al ciclo produttivo e a incombere c’è la minaccia della delocalizzazione? Eccoci alla contemporaneità, così, dove i legami sociali e politici si sfilacciano, la coesione si allenta e gli stati-nazione, unità produttive inventate dall’industria moderna, vanno in mille pezzi. Dove anche gli artisti si sono trasformati in manager che progettano ed esternalizzano la produzione delle opere.

 

A Detroit, città modello della modernità, perciò, non vanno in rovina soltanto le industrie e le casette a schiera dei lavoratori, ma anche biblioteche, teatri, servizi pubblici. Tutti elementi di quel progresso culturale e materiale della comunità che, non avendo più ragione di esistere, vengono abbandonati a se stessi. Se ognuno va per conto suo, se non c’è un progetto collettivo, infatti, perché investire sull’emancipazione di tutti? Come testimoniano le foto di Moore, le stazioni ferroviarie sembrano rovine antiche, le aule delle università cascano a pezzi e i teatri diventano parcheggi, simbolo del passaggio dal sociale all’individuale.Avviene a Detroit, ma anche in centinaia di capitali dell’industria. A Mulhouse in Francia, a Bissau in Guinea, o ad Hashima in Giappone, isoletta-industria della Mitsubishi dalla densità abitativa allucinante (85mila al km2) dove non mancava nulla, dal lavoro allo svago, e che alcuni vorrebbero trasformare in museo Unesco della modernità defunta. Come suggerisce nel libro lo scrittore Philip Levine, ovunque ci sono risorse la politica ha risposto al declino investendo in innovazione e in formazione, cercando di cavalcare la divisione del lavoro sancita dal mondo globale, dove i paesi sviluppati si vedevano attribuire le funzioni più complesse, amministrative o creative, ma comunque intellettuali. Città come Amburgo, Manchester o la nostra Torino, hanno investito da anni nella riconversione e nei servizi. Al posto delle industrie sono nate università, centri di ricerca, uffici. Non ancora dove mancano i mezzi o la lungimiranza: nelle aree industriali del sud Italia, nelle enormi cattedrali industriali dell’ex Unione Sovietica, nella stessa Detroit. La cui divisa, però, predice adesso la rinascita, all’ombra della green economy di Obama: Speramus Meliora, Resurget Cineribus.






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>