Simone Verde


7 gennaio 2010
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Navicula Petri

L'arte dei papi in tempo di crisi

 
André Chastel

Dal 1968 non appariva un opera monografica sull’arte della Roma pontificia degli anni più difficili. A quarant’anni dalla pubblicazione del Sac de Rome di André Chastel, testo esemplare nel suo rigoroso e innovativo metodo storiografico, è apparso ora Navicula Petri (Laterza, 45 euro), frutto di un documentato lavoro di ricerca dei due studiosi Massimo Firpo, docente di Storia moderna all’università di Torino, e Fabrizio Biferali ricercatore e storico dell’arte. Allora come oggi, l’interesse per stagioni turbolente viene risvegliato in tempo di crisi? A giudicare dal successo di pubblico riscosso un anno fa da una bellissima quanto cupissima mostra su Sebastiano del Piombo e gli anni del Sacco, si direbbe di sì. D’altronde, le analogie con il tempo presente non mancano proprio. Il fallimento di una altissima aspirazione razionalista. La disillusione di fronte a una storia che pare scritta dall’istinto. La riscoperta di una religiosità estatica come risposta a esistenze altrimenti prive di senso.

Navicula Petri, coverA partire dalla riforma di Lutero (1517), e dal Sacco di Roma (1527), i due autori ricostruiscono scelte, politiche, programmi iconografici e strategie ideologiche volte a ristabilire la centralità della Chiesa. Da Clemente VII a Pio V, nella difficile condizione di rivendicare il primato di Roma sull’eresia, di giustificare l’ambizione politica del Vaticano, erede dell’Impero, porgendo il fianco all’accusa di paganizzazione del cristianesimo. Chiarissimo, nella narrazione storica, il nodo estetico-politico, così come le ambiguità e le contraddizioni con cui la curia tenta di elaborare una soluzione. Meno chiare, nel libro, le molteplici risorse che permetteranno di uscire dalla crisi. Questo per un difetto di fondo: la predilezione dei due autori per la cultura istituzionale, ribadita da un linguaggio a volte inutilmente accademico (citazioni sempre in lingua: tedesco, francese, latino, inglese). E l’attenzione eccessiva per il mecenatismo ufficiale, quando a restituire futuro alla Chiesa non sarà la gerarchia ecclesiastica ma le infinite risorse di una società che, esprimendosi nei nuovi ordini che vedono la luce in quegli anni (Gesuiti, Filippini, eccetera), si imporrà a breve con la sua spiritualità, la sua arte e i suoi santi.






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