Simone Verde


6 gennaio 2010
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Paura della modernità

Intervista ad Alain Touraine

 
Alain Touraine

«È stato e rischia di essere ancora il sentimento dominante». Così Alain Touraine parla della paura come leitmotiv del vecchio e del nuovo decennio, nel linguaggio della politica ma anche nella percezione collettiva, tra conflitti, crisi ambientali, politiche, shock culturali e il riaffacciarsi violento di minacce che si credevano scomparse per sempre. «Che la paura sia stata il sentimento più significativo – afferma il sociologo francese – è dimostrato dal dilagare incontrastato del termine “terrorismo”. Terrore, ovvero paura di una minaccia irrazionale in agguato ovunque. Per di più, a opera di culture che esibiscono la propria arcaicità, la propria anti-modernità con fierezza».

La paura, quindi, come sentimento dominante del decennio?

«Di sicuro. Basta pensare ai terribili avvenimenti dell’11 settembre 2001 che lo hanno aperto. Alle guerre che ne sono seguite, in Afghanistan prima e in Iraq dopo. Alla paura diffusa di una proliferazione nucleare consentita dal disgregamento dell’impero sovietico. All’estendersi del terrorismo, dalle aree più lontane fino alle porte dell’Occidente, in Cecenia. Guerre e conflitti, segnati dal riemergere di culture premoderne capaci, contro ogni aspettativa, di imporsi anche nelle regioni più ricche del pianeta. Tra i giovani delle periferie londinesi, ad esempio. Insomma, la riscoperta di istinti e forze sotterranee estranee alla ragione che hanno messo a dura prova le nostre ambizioni di governare il pianeta. Poi, a ribadire il tutto, è arrivata la crisi della sofisticazione finanziaria».

Questo emergere della paura significa l’eclissi della modernità?

«La regressione della politica che stiamo vivendo negli ultimi anni, la paura di un futuro su cui la capacità dell’uomo non ha presa sembrerebbero in effetti contraddire le promesse della modernità. La forza congiunta delle tre crisi sotto i nostri occhi (quella economica, quella politica e quella ecologica) sembrerebbero pregiudicare ogni aspirazione razionalista. Ma per il momento non è possibile dare la modernità per un’idea morta».

Tre crisi dovute alle stessa causa? Alla deregulation, la liquidazione della politica che produce dissesti sempre più ampi, rende le soluzioni sempre più difficili, aumentando la paura e favorendo coloro che dall’assenza di regole traggono vantaggio?

«È vero, la deregulation è all’origine della crisi della politica. Ed è vero anche che l’assenza di controllo sulle attività economiche produce devastazione e depauperamento delle risorse. Ma chi può provare con certezza che esista un legame certo tra tutti questi aspetti? Che esista un vero circolo vizioso?».

Rimane il fatto che la paura favorisce la destra, delegittima l’azione politica, spinge verso soluzioni irrazionali destinate a mantenere lo status quo e un’iniqua ripartizione delle ricchezze.

«Io la metterei in altri termini: la destra trionfa grazie all’assenza della sinistra. Lo dimostrano proprio gli avvenimenti recenti. La crisi finanziaria ha ribadito la validità delle idee progressiste e ha inficiato duramente la cultura politica e il modello antropologico della destra. Ha rivelato quanto importante sia il ruolo regolatore dello stato, ha smentito l’utopia liberista di un mercato capace di regolarsi da sé. Come mai – ci si chiederà – la destra continua a vincere le elezioni? La risposta è semplice e banale: nel frattempo la sinistra si è disfatta delle proprie idee, ha sposato il liberismo, e lo ha fatto in maniera ancora più radicale della destra poiché alla liberazione dell’economia ha aggiunto quella dei costumi. Così facendo è stata presa in contropiede. La destra, invece, che sul piano dei costumi è rimasta conservatrice, proprio per questo suo residuo illiberale risulta ora più in sintonia con l’attualità, più vicina a un antiliberalismo che dovrebbe essere di sinistra. Un antiliberalismo che, esercitandosi sui costumi e non sull’economia, ci mette di fronte a regressioni civili che si aggiungono allo sfascio sociale degli ultimi anni. La paura, perciò, favorisce la destra soltanto perché la sinistra, con le sue risposte, non è più».

Cosa dovrebbero fare le forze progressiste per riaffermare la razionalità e la politica contro la paura?

«La risposta sta nella domanda: dovrebbero riaffermare l’iniziativa razionale e la politica. Dovrebbero riprendere a dialogare con i cittadini, spiegando loro cosa sta succedendo e non correre dietro a temi e meccanismi populistici che favoriscono la destra. La paura la si vince spiegando, chiarendo, discutendo. Non con immagini e slogan che finiscono con l’aumentarla, favorendo chi se ne serve per impedire il cambiamento e rimanere al potere. Se la sinistra vuole tornare a vincere ora che la storia le sta dando ragione, torni a essere se stessa. Al passo con i tempi, ovviamente, riflettendo su cosa significa essere di sinistra in società postindustriali. Ma pur sempre di sinistra: per il ruolo regolatore e ridistributore dello stato. Per l’azione collettiva, contro la paura».

Si apre ora un nuovo decennio. La paura continuerà a essere il sentimento dominante?

«No, se torniamo padroni del nostro destino. Altrimenti non c’è scampo, la paura non potrà che dominare l’orizzonte. Senza le dovute riforme di sistema e con la liquidità messa in circolazione dalle misure recenti dei nostri governi, le crisi finanziare non tarderanno a fare capolino, accompagnate dagli squilibri di una natura sempre più impazzita».






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