Simone Verde


6 dicembre 2009
Twitter Facebook

Tiziano, Tintoretto, Veronese: rivalità a Venezia

La mostra al Louvre e il declino della borghesia italiana

 
Tiziano, Tintoretto, Veronese: rivalità a Venezia

Nelle celebri Nozze di Cana strappate brutalmente dalle truppe napoleoniche da San Giorgio Maggiore e oggi al Louvre, Veronese riassume la scena pittorica veneziana in un quartetto. Tiziano tiene la partitura con i suoni gravi del violone, Tintoretto si lancia nei virtuosismi solistici del violino, Bassano porta in laguna le tonalità terrestri del cornetto, Veronese sintetizza tutti gli armonici del concerto grazie al suono grave ma brillante della viola da gamba. Il messaggio è chiaro, celebrare la Serenissima dove le differenti voci dell’arte si armonizzano di fronte a Dio e alla sua corte terrena, l’aristocrazia lagunare. Raramente una civiltà sarebbe stata tanto cosciente della propria centralità storica. Raramente una cultura avrebbe inscenato la propria dimensione estetica con altrettanta chiarezza: l’unità del reale nel colore.

Proprio all’apice della pittura rinascimentale veneziana, il Louvre dedica fino al 10 gennaio una mostra che non cessa di riscuotere successo di critica e di pubblico. Tiziano, Tintoretto, Veronese, Bassano: rivalità a Venezia. Cinquant’anni di storia dell’arte che avrebbero imposto temi, modelli e concetti all’Occidente. A cominciare dall’uso della tela, supporto più resistente della tavola all’umidità e più vicino alla sensibilità coloristica di una città immersa nelle vibrazioni dell’acqua. Poi, un’interpretazione pittorica del neoplatonismo che, a differenza della scuola toscana, non persegue l’unità del mondo in Dio nelle armonie matematiche della linea, ma nella fusione di corpi, drappeggi e paesaggi in un unico movimento cromatico, in una rappresentazione dove l’amore neoplatonico tiene insieme tutto il creato. Per finire con soggetti, generi e trattamenti destinati a produrre vere e proprie rivoluzioni iconografiche e di genere: il nudo femminile, il gioco degli specchi, la pittura animale, le armature, le battaglie, l’erotismo, il notturno, il pathos della morte, e così via. Come sottolinea il ricchissimo catalogo, redatto sotto la direzione di Vincent Delieuvin e Jean Habert, non c’è dettaglio della pittura veneziana di quegli anni che non sia servito poi alla nascita e allo sviluppo dei numerosi generi e sottogeneri della pittura venire. La ragione? Un dinamismo e una stratificazione sociale, prefigurazione di quanto andrà generalizzandosi in gran parte d’Europa. Lo sviluppo del commercio e di nuova imprenditorialità per un mercato dall’estensione ormai continentale. In una parola: i primi passi dell’uomo moderno.

A leggere le dinamiche strutturali di questa nuova società, a descrivere il nuovo funzionamento di un mondo dell’arte dove dominano mercato e concorrenza, dove le botteghe lavorano sempre più con ritmi e produzioni industriali, pensa proprio la mostra del Louvre che suggerisce nel titolo i nuovi orientamenti degli studi di cui vuole dare notizia al grande pubblico: rivalità a Venezia. Rivalità tra pittori divenuti veri e propri imprenditori di se stessi, al centro di competizioni commerciali spesso prive di scrupoli. Come nel celebre concorso del 1567 alla Scuola grande di San Rocco dove Tintoretto, temendo di perdere di fronte ai concorrenti Taddeo Zuccari e Paolo Veronese, si presentò con l’originale già dipinto, collocato al suo posto nel soffitto e offerto in dono alla confraternita: spazzata via la concorrenza, il pittore si era assicurato le future commissioni della scuola.

Anche il concerto delle Nozze di Cana descrive una scena artistica meno armonica di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Nell’interpretazione critica che vi esprime Veronese, è Tiziano, suo maestro, a garantire profondità e ritmo al quartetto grazie al timbro grave del violone. Mentre Tintoretto e Bassano, colorendo la partitura con i virtuosismi tipici dei loro strumenti, senza la trama di fondo scandita dall’anziano maestro, non sarebbero in grado di sostenere alcun concerto. Quanto alla viola da gamba di Veronese, non fa che attualizzare con un po’ di leggerezza e brio mondani le tonalità robuste e imprescindibili del maestro. Sullo sfondo, il conflitto nella rivendicazione dell’eredità pittorica veneziana di Giorgione e Bellini che Veronese non riconosce né a Tintoretto, troppo influenzato da Michelangelo e dal manierismo toscano, né tantomeno a Bassano, dalla drammaticità un po’ triviale della terraferma, ma rivendica tutta per sé, quale erede della scuola di Giorgione e di Tiziano.

Rimane da chiedersi il perché di un così incredibile successo di pubblico per una mostra difficile in una Parigi autunnale ricchissima di appuntamenti culturali. La risposta sta nell’importanza della pittura veneziana per la nascita della cultura estetica europea, in particolare quella francese di Sette e Ottocento. La sua centralità nell’immaginario che spiega almeno in parte perché in Italia, paese dalla borghesia storicamente debole e sempre più frammentata, l’iniziativa del Louvre non abbia suscitato analoga spontanea adesione ma anzi, abbia incontrato il disinteresse e quasi l’embargo della stampa. Paese dove la crisi strutturale del suo sistema economico e della sua già fragile classe dirigente di dimensione europea comporta un sempre maggiore isolamento internazionale, reso ancora più acuto dall’incapacità di reagire al declino servendosi del proprio ruolo storico nella formazione e nella nascita della cultura occidentale.






Un Commento



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>