Simone Verde


21 novembre 2009
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Caravaggio-Bacon fuor di cliché

Faccia a faccia. Alla Galleria Borghese

 
Caravaggio-Bacon fuor di cliché

Violenza, tormento, rifiuto del mondo. Se c’è una cosa che accomuna Caravaggio e Francis Bacon, sono i cliché. A quattro secoli di distanza, tutti gli stereotipi di una concezione ottocentesca e figlia del Romanticismo, dell’artista. Genio, quindi maledetto; essere superiore, quindi profetico, e per questo incompreso e rinnegato dal proprio tempo. Cliché duro a morire poiché espressione di società borghesi tutt’ora trionfanti, dove i privilegi dei potenti vengono giustificati da supposte superiorità individualistiche. Sarebbe stato facile, perciò, pensare una mostra di sicuro successo centrata tutta sull’immagine dell’artista maledetto: Caravaggio-Bacon. Invece – e per fortuna – nel confronto tra i due maestri alla Galleria Borghese di Roma fino al 24 gennaio, non c’è niente di tutto questo. Nessun eroismo tragico, ma un’ininterrotta, sottile ricerca sulla precarietà, su sofferenze anodine e non spettacolari, sulle universali incognite dell’esistenza. Una ricerca che i curatori lasciano parlare al linguaggio della pittura.

Fuor di cliché, basta guardare più profondamente nella biografia dei due artisti, per scoprire l’intenso percorso spirituale che li accomuna. Come ricostruito a suo tempo da Maurizio Calvesi (e sintetizzato in catalogo), nella vicinanza di Caravaggio, nato e cresciuto nella Milano borromeana, alla cerchia di san Filippo Neri e del cardinal Del Monte. Nel costante riferimento alla pietà cristiana, all’iconografia cristologica, in Bacon. Ma soprattutto, nella rappresentazione della vita sul palcoscenico metafisico della pittura per mettere in scena un universale e quotidiano tormento, esclusa ogni aneddotica crudezza. Uno spettacolo tutto pittorico, poiché soltanto la pittura può investigare una sofferenza dove ingiustizia e bruttezza coesistono con bellezza e ispirazione divina. Distante quattro secoli, perciò, ecco perché l’opera di due artisti così apparentemente distanti si trova a servirsi di dispositivi analoghi. Di composizioni semplificate, di sfondi monocromi, di proporzioni realistiche, di effetti luministici, di figure chiamate a svolgere il proprio ruolo in spazialità già circoscritte. Della pittura come mezzo per rappresentare la realtà, insomma, alla ricerca di un copione.






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