Simone Verde


27 settembre 2009
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L’idillio interrotto

La pittura romana alle Scuderie del Quirinale

 
La pittura romana alle Scuderie del Quirinale

Fino all’arrivo della modernità e dell’industria, gli esseri umani hanno sempre ambito a un equilibrio perfetto con la natura. Fu così per gli egiziani, che alla regolarità delle piene del Nilo dovevano la ricchezza dei propri raccolti; nell’Europa medievale, quando l’irregolarità di una sola stagione minacciava di portare la morte; nel Seicento barocco quando lo scatenarsi della peste sembrò minacciare tutto. Fu così anche nell’Impero di Roma, dove il futuro, la pace e il benessere erano legati alla generosità dei raccolti. In tutti questi casi, perciò, regnava il timore reverenziale, il religioso rispetto degli equilibri di natura visti come riflesso della legge divina. Si dovette aspettare l’Ottocento e l’arrivo dell’industria perché l’uomo prendesse il sopravvento, illudendosi di trasformare il mondo in una grande macchina al proprio servizio.

Di fronte a quest’illusione smentita da una crisi ambientale forse irreversibile, le immagini antiche di un equilibrio sparito – fino al 17 gennaio alle scuderie del Quirinale con una mostra sulla pittura romana – sono un autentico rifugio. In larga parte celebri cicli decorativi privati fatti di quinte scenografiche dove campeggiano quadretti mitologici o bucolici, sempre idilliaci. Ulisse e le sirene, Polifemo e Galatea, provenienti tutti da Pompei. I famosi paesaggi dalla villa di Boscotrecase, gli schizzi della villa della Farnesina. La manifestazione degli dei in una natura addomesticata e perfetta. Tra alberi e rocce, il movimento senza imbarazzo degli eroi, qualche boschetto e, al centro un tempio, una sorgente o uno specchio d’acqua, simbolo delle forze divine che dal sottosuolo portano la vita.

Come chiarisce il saggio di Eugenio La Rocca, curatore della mostra e responsabile del pregevolissimo catalogo, la cultura compositiva antica, ovvero l’assenza di una prospettiva scientifica secondo criteri moderni, testimonia proprio questo: la ricerca di un mondo, miraggio di quello reale. Di un paradiso terrestre dove gli oggetti non hanno la densità e la spigolosità matematica delle cose concrete, ma l’indeterminatezza, la leggerezza onirica di una vita che scorre senza fatica. Dove la frutta matura pende dagli alberi, il mare, appena increspato, non minaccia i portici adagiati su verdi prati che quasi lambiscono la riva. In questi quadretti, copie delle perdute pitture da cavalletto degli originali greci, il cielo non si distingue dall’acqua e tutto scorre, in un’unitaria rappresentazione cosmica ossessionata dall’ordine e dalla circolarità degli eventi. È d’obbligo leggere dietro a tanta pittura – oltre cento pezzi esposti sotto la cura scenografica di Luca Ronconi – la traduzione estetica dello stoicismo romano, cultura ufficiale dell’impero: ogni cosa al suo posto. E l’uomo al centro di tutto. Eroico o “borghese”, ma comunque capace di destreggiarsi attraverso gli eventi, sfruttando – non contrariando – le forze della natura.
Più complesso, riconoscere l’evoluzione della società romana dietro l’alternanza degli stili. Fino al I secolo a.C., la prima moda fatta di stucchi policromi che imitano i poderosi blocchi di marmo dei templi. Facile immaginarsi il dominus seduto come un dio in quella scenografia religiosa, ricevere i clientes attorniato dalle potenti immagini degli antenati defunti. Dal I secolo a.C., con l’arrivo di nuovi ricchi del commercio e degli affari, il trionfo della scenografia teatrale di stampo ellenistico, dove i protagonisti non sono più aristocratici trattati come dei, ma borghesi che si offrono come eroi. Con Augusto, poi, arriva il terzo stile che, mettendo un freno a certe esuberanze scenografiche ne approfitta per elaborare l’immagine di un mondo governato dalla fertilità dove la natura è sottoposta a un ferreo quanto rassicurante ordine geometrico, effetto della pax romana e della radice apollinea del principato. Poi, il ritorno quasi sfrontato della teatralità che culmina negli anni di Nerone con gli eccessi virtuosistici in una società di nuovi ricchi. Che sia in rappresentazioni sceniche tratte dai testi di Eschilo, Sofocle o Euripide dove la vita scorre scandita da un copione già scritto, o nelle scene agresti dove la natura porge spontanea i suoi frutti, l’ossessione è sempre la stessa, sottrarre gli uomini all’arbitrio del destino. Anche nel dramma, rassicurarsi di una trama già scritta a fronte di una natura matrigna che regna incontrastata.

Privi di drammaticità, in una cultura che si pretende emancipata dalla natura, i tentativi dell’arte contemporanea di assumere le conseguenze estetiche della crisi ambientale impallidiscono in confronto. Lo dimostra la Biennale di Venezia diretta da Daniel Birnbaum e tutt’ora in corso. L’uomo contemporaneo, anche quando si prende cura del mondo che lo circonda continua a farlo in maniera paternalistica, lo fa con preoccupazione e quasi con pietà, senza legare fino in fondo il proprio destino a quello della natura. Senza sentire, troppo sicuro di sé, la potenza delle forze che lo attraversano. Di quelle forze che, facilmente leggibili nell’estetica antica, minacciano nuovamente di spazzarlo via.






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