Simone Verde


16 luglio 2009
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Governance, green economy e una società più giusta

Il dodicesimo Symi Simposium della Andreas Papandreou Foundation

 
Governance, green economy e una società più giusta

Qualche linea più sotto, alcune riflessioni dal dodicesimo Symi Symposium quest’anno consacrato interamente alla crisi ambientale. Altri relatori, sotto il coordinamento di George Papandreu, segretario generale del Pasok e presidente dell’Internazionale socialista: Barnett Anthony, Editor in chief openDemocracy.net, Regno Unito – Beilin Yossi ex ministro degli esteri, Israel – Cem Ipek, giornalista, Turchia – Cimoszewizc Wlodzimierz, ex primo ministro, Polonia – Fishkin James, Stanford University, USA – Glenny Misha, scrittore, Regno Unito – Heifetz Ron, JFK School of Government, Harvard University, USA – Kaldor Mary, Dpt of Global Governance, LSE, Regno Unito – Karlsson Mats, World Bank, Maghreb, Svezia – Leipold Gerd, direttore esecutivo Greenpeace International, Germania – Medish Mark, Vicepresidente Carnegie Endownment for International Peace, USA – Naidoo Kumi, SG & CEO of CIVICUS World Alliance, Sud Africa – Ozdemir Cem, Segretario dei Verdi, Germania – Pagrotsky Leif, ex ministro dell’educazione e dei trasporti, Svezia – Palme Joakim, Direttore dell’Institute for Future Studies, Svezia – Parker Richard, Senior Fellow, JFK School of Government, Harvard University, USA – Ross Don, Professore di filosofia e economia, UAB, USA -Royal Segolene, Presidente della regione Poitou-Charentes, Francia – Stanislaw Joe, fondatore del Cambridge Energy Research Associates, USA – Stiglitz Joseph, professore e premio nobel per l’economia 2001, Columbia University, USA – Vejvoda Ivan, Edirettore del Balkan Trust for Democracy, Serbia.

Governance e democrazia

Siamo chiamati a discutere sempre più urgentemente di governance, di green economy e di una società giusta quando le nostre democrazie, troppo piccole per far fronte alla globalizzazione e troppo preoccupate dall’andamento dei propri cicli economici a breve termine, sembrano inadeguate a queste sfide. Sono anni che si va parlando di post-democrazia, di democrazia senza democrazia, di democrazia formale, formule efficaci che costituiscono titoli di altrettanti pamphlet di successo. Ma come dimostra l’attuale crisi finanziaria che nessun potere pubblico ha saputo e voluto prevenire, in dubbio non sono progetti elaborati e mai realizzati, ma il contesto istituzionale stesso entro cui le riforme necessarie dovrebbero avvenire: la democrazia, appunto, e la sua nozione. In declino, insomma, è la credibilità di assetti istituzionali che, a fronte di crisi sempre più drammatiche, non riescono a governare i processi del mondo contemporaneo, a garantire il rispetto dei diritti e la redistribuzione delle risorse, come promesso nelle loro carte costituzionali. Alcuni, critici, denunciano lo svuotamento della democrazia, altri, spingendosi più in là, rileggono la storia dei regimi democratici dal XVIII secolo a oggi, come un’impostura. Resta il fatto che nessuno di essi sembra ormai mantenere i suoi impegni, cedendo invece allo strapotere dei poteri economici e finanziari. La domanda che si impone, allora, è oggi questa: quali riforme, quale governance, quale green economy, quale giustizia sociale se lo spazio stesso entro cui dovrebbero avvenire tutte queste riforme è in crisi o peggio, secondo alcuni, sarebbe fuori uso? Quando i meccanismi di potere che governano le nostre società, le forme del consenso e della partecipazione sembrano recalcitrare di fronte a ogni progetto serio di riforma? Quando potentissime energie sociali convogliano i cittadini in direzioni contrarie a quelle auspicabili, rendendo difficile il lavoro dei riformisti o portando al potere partiti e leader liberisti anche dopo aver prodotto catastrofi? Sono quasi vent’anni che si parla di governance globale senza che sia stato raggiunto alcun risultato. La prima volta che il termine è apparso nel lessico della diplomazia internazionale era il 1991, in un documento della Banca Mondiale. Poi se ne sarebbe discusso a lungo negli ambienti liberal di Stati Uniti e Gran Bretagna che poco avrebbero potuto per arrestare la speculazione e bloccare i virus che avrebbero portato all’attuale crisi. Insomma, quali sono le energie sociali e politiche irresistibili che impediscono di passare dalle parole agli atti, che frenano la governance, alimentano ineluttabilmente la crisi ambientale e perpetuano società scarsamente giuste? E ancora: una volta individuate, come convogliare queste energie nella direzione delle riforme? Obiettivo della mia breve relazione è di offrire qualche spunto su questi interrogativi ormai non più procrastinabili.

Stato moderno e democrazia liberale

Scriveva Max Weber in Parlamento e Governo: «La democrazia elimina l’amministrazione affidata a notabili feudali per sostituirla con funzionari impiegati […] Considerato dal punti di vista sociologico, lo stato modero è un’”impresa” al pari della fabbrica […] Il “progresso” verso lo stato burocratico che giudica e amministra secondo un diritto razionalmente statuito e regolamenti razionalmente concepiti sta in stretta correlazione con lo sviluppo capitalistico. L’impresa capitalistica moderna si fonda internamente sul calcolo. Essa richiede per la sua esistenza» un apparato statale «il cui funzionamento possa essere calcolato nello stesso modo in cui si calcola la prestazione prevedibile di una macchina». L’intuizione di fondo di Max Weber è illuminante ancora oggi: la nascita dello stato moderno è dovuta alle esigenze del sistema industriale. Alla necessità di coinvolgere numerosi soggetti nei processi di produzione, di alfabetizzarli per renderli atti al lavoro delle macchine, di organizzare la loro vita materiale per arginare e prevenire la conflittualità sociale. Nascita dello stato moderno che, proprio nello svolgere queste prerogative sociali, è coinciso immediatamente con la nascita della democrazia liberale: dopo i primi conflitti, dopo i primi tragici decenni di tragico sfruttamento, infatti, le lotte sociali avrebbero potuto contare alla lunga sull’interesse degli imprenditori per la stabilità del sistema economico e sul legame tra aumento dei salari e aumento dei consumi. Su una redistribuzione della ricchezza, cioè, che andava a vantaggio della stessa elite industriale. Un circolo virtuoso che nella storia del pensiero politico sarebbe stato percorso da Bentham a Mill. Un patto tra lavoratori ed élites in seno alle democrazie liberali che avrebbe permesso alla maggior parte di esse di sopravvivere a violentissime crisi sociali. Che alla base del patto ci fosse la fiducia nel progresso materiale promesso dall’industria è dimostrato dall’attaccamento indefesso che padroni e lavoratori, socialisti o comunisti, avrebbero dimostrato per la fabbrica e per i frutti collettivi del lavoro. Riprendendo l’analisi di Max Weber, a tenere assieme il rapporto tra elite e lavoratori, sarebbe stata la mediazione dello stato, necessaria per consegnare al mondo economico una società organizzata e istruita. La democrazia, così, si sarebbe offerta sin da subito come regime liberale fondato su una redistribuzione della ricchezza utile al sistema industriale, e sul ruolo infrastrutturale dello stato, finalizzato a favorire l’attività economica e a organizzare una vita sociale tanto complessa quanto le nuove forme del lavoro.

Il circolo virtuoso

Malgrado le crisi sociali connaturate al sistema, la prospettiva di salari e consumi crescenti avrebbe potuto contare sulla partecipazione attiva e motivata di tanta parte della popolazione, partecipazione che nel giro di pochi decenni avrebbe prodotto il maggiore balzo in avanti e la maggiore devastazione naturale della storia dell’uomo. Celebri le immagini di Londra inghiottita dalla nebbia, coperta da una cappa eterna di miasmi, evocati dalle nubi gialle di dipinte da Turner. Sconfinata l’estrazione di carbone fossile, immolato sulla pira sempre ardente dello sviluppo. La quantità delle ceneri sprigionate dalle ciminiere sarebbe stata tale da essere misurata ancora oggi nei carotaggi effettuati nella calotta polare. Il potere dell’industria, la sua epopea collettiva fatta di eroi per lo più anonimi avrebbe cambiato il paesaggio delle campagne e l’urbanistica delle città, segnati entrambi dalle nuove esigenze del sistema produttivo dove lo spostamento di lavoratori e merci sradicava le persone dalle loro case promettendo un futuro più libero. Man mano che la società si sarebbe emancipata nel circolo virtuoso tra consumo, innalzamento dei salari e concentrazione della ricchezza, però, minore si sarebbe rivelata l’utilità immediata delle politiche pubbliche. Minore il bisogno di stato, maggiore il malcontento per le sue spese sociali e il consenso nel trasferire le sue prerogative ai privati, per aprire nuovi mercati, incentivare la nascita di nuove industrie e allargare il circolo virtuoso dei consumi. Se la democrazia liberale è fondata su un patto di redistribuzione funzionale al consumo, non stupisce che le richieste ricorrenti di liberalizzazioni, meno tasse, più produzione industriale e quindi, più ricchezza e consumi per tutti, siano venute con il consenso dei lavoratori e dei cittadini. Così fu negli anni Ottanta, quando la deregulation divenne una parola d’ordine popolare e così sarebbe avvenuto negli ultimi anni quando alcune elite finanziarie ben in sella in organismi internazionali come l’Fmi hanno potuto manomettere le politiche pubbliche di mezzo mondo, contando sull’appoggio silenzioso di cittadini interessati a laisser faire, nella speranza di vedere aumentare in maniera esponenziale i propri consumi. O grazie all’appoggio esplicito di milioni di elettori che, in nome di quell’idea di democrazia basata sulla solidarietà tra industriali e lavoratori-consumatori, hanno consegnato i propri paesi a imprenditori come Silvio Berlusconi. Ecco come Ronald Reagan, nel suo discorso di insediamento nel 1981, sintetizzava le linee guida liberiste della sua presidenza: «This administration’s objective will be a healthy, vigorous, growing economy that provides equal opportunities for all Americans […]. Putting America back to work means putting all Americans back to work […] all must share in the productive work of this “new beginning,” and all must share in the bounty of a revived economy […]It is no coincidence that our present troubles parallel and are proportionate to the intervention and intrusion in our lives that result from unnecessary and excessive growth of government. It is time for us to realize that we’re too great a nation to limit ourselves to small dreams.». Il concetto, ripetuto per decenni e in tutte le latitudini del mondo era molto chiaro: ridurre il ruolo delle politiche pubbliche, aprire nuove fette di mercato e riprendere a crescere e a consumare spartendo, secondo il patto alla base della democrazia liberale, i proventi dell’industrializzazione.

Cittadinanza liberale, ovvero diritto al consumo

Malgrado la sua aspirazione ideale all’”autogoverno del popolo” o “dei cittadini” la democrazia è ancora oggi quello che fu alla sua nascita: un patto sociale tra élite economiche e lavoratori basato sulla tutela della proprietà dei primi in cambio dell’aumento progressivo dei consumi e dei salari a vantaggio rispettivamente dei primi e dei secondi. Non il realizzarsi di un’utopia grazie al progresso dell’universalismo della ragione, ma l’apparizione fortuita di un modello economico e sociale capace di convogliare gli interessi trasversali di larga parte della popolazione. È soltanto il consenso per un patto largamente condiviso e la fede diffusa nell’economia industriale, ad aver permesso che si chiamasse “democrazia” un sistema di spartizione della ricchezza fondato su grandi sproporzioni. Malgrado conflitti ciclici e strutturali, è soltanto la solidarietà collettiva in questo progetto economico e sociale a spiegare lo sviluppo di un sistema che ha sfigurato il pianeta in un solo secolo, provocando il più grande stravolgimento della storia dell’umanità. Insomma, se come suggerisce Max Weber, la democrazia occidentale è il prodotto di forze economiche molto più forti degli ideali di equità e giustizia sociale, la qualità della partecipazione dei lavoratori che vi hanno preso parte va probabilmente riscritta. Non masse che hanno subito l’industrializzazione e lo sviluppo, ma che vi hanno contribuito attivamente, combattendo per condividerne i frutti, intuendo che la loro battaglia era favorita dal sistema economico stesso. Soltanto questo capovolgimento, questo cambiamento di prospettiva permette di spiegare l’attaccamento delle sinistre novecentesche all’industrialismo e la loro ostilità verso ogni politica ambientale. Il diffondersi nel mondo, contemporaneamente all’industrializzazione e all’economia di mercato, di regimi formalmente simili a quelli occidentali che aspirano a definirsi “democrazie”. Soltanto questo cambiamento di prospettiva permette di spiegare la popolarità globale del termine “democrazia” e la sua perdita di chiarezza concettuale rispetto alla codificazione classica. Se la democrazia ha avuto tanto successo, lo si deve all’aspirazione universale al benessere e al consumo permesso dall’economia industriale. Democrazia, quindi, non significa niente più che la ripartizione delle risorse permessa dall’industria, dove la concentrazione della ricchezza è legittima in cambio dell’accesso generalizzato al consumo. La cittadinanza come diritto al consumo, non è un’invenzione dovuta a una deriva dei regimi democratici ma una fisionomia della partecipazione alla vita pubblica che negli anni del postmodernismo ha conosciuto il suo boom, la sua massima diffusione sociale. Basta ricordare come già nel XVIII secolo la prima rivoluzione industriale abbia visto l’apparizione dei grandi magazzini e di stili di vita borghesi basati sui consumi. Nell’urbanistica, la comparsa dei famosi passaggi coperti che fanno il titolo di un fortunato libro di Walter Benjamin dove si svolgeva, protetta dalle intemperie, la vita di una borghesia che amava trascorrere il tempo a spendere. Dall’Ottocento, con lo sviluppo della tecnica, alla nascita del cinema, della radio e della televisione e oggi a Internet, il passo è breve, l’evolvere delle tecniche e dei mezzi di comunicazione avvenuto in funzione dei cambiamenti sociali. Dai diaporama al cinema alla televisione, a internet per società dove l’emancipazione dei cittadini dovuto al circolo virtuoso dei consumi, fraziona sempre più le popolazione e dà sempre maggior rilievo ai gusti individuali. Aprendo nuove fette di mercato che richiedono canali di comunicazione sempre più specializzati e privilegiati. Da un secolo all’altro, però, il consumismo sarebbe rimasto sempre la versione più autentica della cittadinanza nelle società industriali.

Dal circolo virtuoso al circolo vizioso

Dopo circa due secoli di industrializzazione, dopo sessant’anni di un’accelerazione produttiva e consumistica senza precedenti, i risultati ambientali sono oggi disastrosi. Pauperizzazione dei suoli, effetto serra, destrutturazione dei territori, squilibri sociali, inquinamento delle acque, distruzione degli equilibri ambientali, perturbazione delle catene alimentari, mutazioni genetiche, dissesto idrogeologico, spopolamento delle campagne, estensione incontenibile dei centri urbani, deforestazione, stravolgimento dei climi e, soprattutto, prossima fine delle risorse. Secondo calcoli prodotti dalla comunità scientifica internazionale, oggi consumiamo tre volte il necessario perché la natura possa rigenerare le risorse da noi sfruttate. Questo, quando tre quarti dell’umanità si stanno affacciando soltanto adesso a prospettive di sviluppo, sperando di sconfiggere povertà e miseria. Cosa succederà ora che tutti i popoli del mondo tentano di portare a compimento la loro rivoluzione industriale, e la democrazia occidentale, basata sulla capitalizzazione, la produzione di massa, l’aumento progressivo dei salari e l’aumento dei consumi si va generalizzando? Il circolo virtuoso che ha finora prodotto progresso sociale, ricchezza materiale, parziale redistribuzione della ricchezza rischia di diventare un circolo vizioso incontrollabile dove la solidarietà indefessa tra lavoratori-consumatori ed elite industriali, il circolo virtuoso efficacissimo che da una parte produce sviluppo, dall’altra produce altrettanto efficacemente distruzione e mette a repentaglio il futuro delle nostre comunità. Più le cose vanno bene, insomma, più le cose andranno male. Ad alimentare questo paradosso, la ragione di fondo su cui si fondano le democrazie liberali: la consapevolezza che questo sistema è comunque il più efficace mai sperimentato nella storia dell’uomo. Il fatto che, anche volendolo arrestare per scongiurare le catastrofi ambientali, si sarebbe comunque condannati al ritorno della misera del passato. Se l’alternativa è tornare nella miseria di una volta, è il ragionamento svolto dal senso comune, meglio approfittare della sbornia finché dura.

Governance, green economy, società giusta e consumi

Stando a questa analisi, è chiara la difficoltà incontrata dalle politiche di regolamentazione. Poiché lo stato è soltanto un terzo soggetto evocato a seconda che sia o meno funzionale a un patto sociale basato sull’aumento costante della produzione e dei consumi dove c’è poco spazio per la governance e per un contenimento dello sperpero delle risorse naturali che potrebbero bloccare il motore del benessere e della democrazia così come attualmente intesa. Che così sia, è dimostrato dal paradosso di un economia in crisi che negli ultimi mesi sta bruciando più lentamente le risorse, allungando di qualche anno la sua aspettativa di vita, e che ansiosa per lo stallo della produzione industriale, reclama la ripresa produttiva e dei consumi, votandosi a una nuova accelerazione verso il suicidio ambientale. Un’accelerazione che, se verrà superata l’attuale crisi, è destinata a riprendere più rapida ed efficace di prima. Ad aver capito la gravità della situazione, ad aver intuito che per dare un futuro a politiche di governance, per rendere accettabili all’interno di democrazie liberali riforme che conducano a una società più giusta non ci si può opporre alla produttività industriale e ai consumi, ma si deve tentare di indirizzarli verso produzioni sostenibili, è la nuova amministrazione Obama, impegnata nell’utilizzare la crisi per promuovere un nuovo modello di sviluppo che indirizzi la crescita dei paesi poveri verso l’economia verde e contenga l’espansione dei consumi all’interno dei paesi ricchi, restituendo allo stato il compito di ridistribuire la ricchezza. Tentativo, però, che se rimane isolato è votato al fallimento. È della settimana scorsa la mancata intesa tra i paesi del G8 su una riduzione dell’effetto serra. Un rifiuto che arriva proprio dai paesi che si affacciano soltanto adesso allo sviluppo, alla libertà dell’occidente e che non vogliono rinunciare alla loro fetta di produzione e di consumo. Elementi che chiariscono la debolezza della nuova amministrazione Usa qualora rimanesse isolata di fronte alle lobby internazionali, a fronte di un’Europa che non riesce a esprimersi con una voce unica e univoca neanche su questi temi. Ma anche se la politica scelta dall’amministrazione Obama avesse successo, anche se da un giorno all’altro, senza contraddire la domanda di consumo e di produzione, si generalizzassero le tecnologie verdi attualmente disponibili a tutti i sistemi economici del pianeta, se si riuscissero a ridurre i consumi all’interno dei paesi ricchi, lasciando che i paesi poveri crescano secondo modelli sostenibili, il problema della limitatezza delle risorse non sarebbe comunque risolto. La responsabilità che pesa sulle forze riformiste, sulla loro capacità di decriptare e di indirizzare i meccanismi delle società e dell’economia, perciò, sono oggi altissime.

Una democrazia per pochi?

Due sono le scelte che possiamo compiere. La prima è accontentarci di governare le economie nazionali, lasciando che sia la natura a regolare brutalmente i nostri sistemi economici e a ridimensionare molte prospettive insostenibili di progresso. Limitare le rivendicazioni politiche, il nostro progetto di società allo spazio abitato dai nostri elettori. Perpetuare nella retorica della democrazia senza evocare la giustizia globale. Oppure, evocare progetti di democrazia globale, sapendo che poi si terrà conto principalmente degli interessi nazionali. O ancora, nascondersi dietro la formula di una competizione globale basata sull’efficienza e sulla formazione continua, giustificando l’accaparramento delle risorsa come selezione che premia i migliori e spinge i più deboli verso l’innovazione. A breve termine, ciò comporterebbe il ritorno a forme di protezionismo, alla concorrenza degli stati-nazione, al riapparire di forme di colonialismo e di conflitti per l’accaparramento di risorse sempre più limitate. Come dimostra il linguaggio politico dei maggiori partiti riformisti occidentali tutti incentrate su temi di rilevanza nazionale, con una scarsa propensione per la politica internazionale, progetti di governance o un coordinamento delle politiche ambientali, questa regressione paventata è già in atto da tempo. Così è stato nelle recentissime elezioni europee, dove non si è discusso di politiche comunitarie, dove non è avvenuto nessuno scambio internazionale e dove il voto è stato ostaggio di polemiche e di dinamiche nazionali e dove in mancanza di risposte globali alla crisi, ha vinto la destra estrema nazionalista o quei partiti più radicalmente progressisti. Una regressione che, impedendo alla politica di affrontare seriamente i problemi del mondo contemporaneo, condannano l’umanità a dolorosi travolgimenti e lasciano la democrazia liberale ai pochi capaci di vincere la competizione globale per l’accaparramento delle risorse.

La battaglia per la goverance, la green economy e una società giusta

Esiste però un’alternativa al ripiegamento cinico sull’interesse nazionale, al tramonto sostanziale del riformismo. Forse non è un’alternativa immediatamente politica, vista l’inadeguatezza delle conoscenze scientifiche e tecnologiche a nostra disposizione, ma è un’alternativa etica. Alla sua base, il rifiuto di deporre gli obiettivi di ogni cultura riformista e di restringere l’orizzonte della politica all’interno degli elettorati nazionali: battersi per la governance, appunto, la green economy e una società gusta. Raccogliere la sfida anche quando sembra difficile da vincere, seguendo l’invito a una nuova, necessaria, era della responsabilità. Cosa fare, allora, con sistemi democratici basati sul consumo e che, pur mettendo a repentaglio il nostro futuro, hanno comunque permesso il più grande balzo in avanti, materiale e civile, delle storia dell’umanità? Ovvero, come garantire l’estensione dei consumi su scala planetaria, nel contesto di ritrovate regole antispeculative e di un’economia sostenibile? E cioè, come inserirsi all’interno di quel patto tra elite economico-industriali e lavoratori, che ha permesso la nascita e la diffusione di quella versione parziale della democrazia che è la democrazia liberale? Come rendere questo patto duraturo e generalizzabile poiché sostenibile? La posta in gioco è altissima e alcune riforme obbligate, per quanto insufficienti, sono ormai chiare a tutti: nei paesi ricchi, la conversione alla green economy e la stabilizzazione dei consumi accompagnata da politiche pubbliche di redistribuzione. Nei paesi in via di sviluppo, la diffusione della green economy, la crescita della produttività e dei consumi sostenibile, accompagnata da politiche pubbliche forti. Come fare, però, se neanche su queste politiche che costituiscono l’inizio di un’inversione di rotta c’è un coordinamento tra le forze progressiste? Quando non si riescono a mettere in pratica neanche misure attualmente disponibili, per altro probabilmente insufficienti? Quando anche in un piccolo continente come la veccia Europa, partiti destinati a far parte degli stessi gruppi nello stesso parlamento si rifiutano di lavorare a una piattaforma comune. Non è possibile auspicare governace, green economy a livello mondiale, sinergie tra governi, quando gli stessi riformisti sono incapaci di ritrovarsi attorno a un tavolo? Non dico per mettersi d’accordo, ma per discutere. Quando non si riesce ad avere un coordinamento, neanche su alcune misure elementari ormai condivise da tutti. Se non si riesce neanche a socializzare le nostre pratiche nazionali per costruire una classe dirigente internazionale. Per non dire, ad avere un programma comune. Sono molto contento di essere qui, proprio perché alla base del Symi Symposium c’è intuizione che la politica è innanzitutto socializzazione, creazione anche personale di un percorso comune. Ma le sfide che abbiamo di fronte, i rischi planetari che siamo chiamati a governare richiedono un’elaborazione continua non episodica e lasciata alla lungimiranza di illustri istituzioni come questa. Richiedono investimenti comuni in tecnologia e ricerca. In formazione politica internazionale, come stiamo timidamente tentando di fare nel Pd. Coordinamento, sinergia, non competizione. Forse serve una rivoluzione culturale che parta dalle classi dirigenti nazionali. Troppo spesso, invitato in iniziative come questa, ciascuno espone con orgoglio i progressi fatti in casa propria senza sentire il rumore della tempesta e che rischia di trascinare via la casa stessa. Il mondo contemporaneo e le sue sfide non permettono tentennamenti. E la forza del circolo virtuoso dei consumi e le sue ricadute perverse sull’ambiente richiedono una strategia politica seria. O ci sediamo stabilmente intorno a un tavolo, o lavoriamo come un’unica squadra, stabilendo compiti e politiche comuni, alle prese con dinamiche economiche ormai globali, oppure cadremo vittima di una crescente impotenza e provincializzazione della politica. Insomma, non ci si può lamentare, non si può pensare di superare la vecchia, insufficiente e ingiusta, democrazia liberale se non si riesce neanche a partecipare alla sua sopravvivenza, o al suo più virtuoso e meno ingiusto funzionamento.






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