Simone Verde


4 giugno 2009
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Un mondo da riciclare

A Venezia, la biennale di Birnbaum

 
Un mondo da riciclare

Rebut: si potrebbe dire che il Novecento sia cominciato con la scoperta del valore estetico degli “scarti”. A partire da Picasso, Duchamp, Schwitters e fino a Boltanski. Avanzi della vita, resti dei suoi processi. Modo efficace per affermare -in un’euforia industriale portatrice di benessere e democrazia – che l’arte deve partire dalla vita quotidiana. Cosa succede, però, ora che i rebut non sono più un feticcio del benessere ma la prova ingombrante dell’insostenibilità di un sistema economico e di un modo di concepire la vita? La Biennale di Daniel Birbaum riparte proprio da qui, dalla trasformazione del sogno modernista in ingombro, dove con Fare mondi (titolo di quest’edizione) vorrebbe restituire agli esseri umani gli strumenti per influire sul proprio destino. Non certo, però, costruendo ex novo in società ormai sature, ma cominciando a riciclare. Scrive Birnbaum: “Un’opera d’arte è più di un oggetto, più di una merce, essa incarna una visione del mondo e può essere vista come un modo di fare un mondo”. Chi, però, si aspettasse da queste parole opere nuove, fiammanti e super tecnologiche, idee inedite e brillanti, rimarrebbe deluso. “Fare, è rifare”, scriveva Nelson Goodman in Ways of Worldmaking, testo feticcio di Birnbaum. E per capirlo, basta un’occhiata al catalogo, tutto di carta riciclata, con colla al minimo.

Di Marjetica Potrc, uno dei primi artisti del lungo percorso delle Corderie, si legge: “La sua opera propone soluzioni architettoniche e stili di vita sostenibili in una situazione geopolitica globale caratterizzata da una profonda crisi ecologica ed economica, dalla dissoluzione dei progetti e delle utopie moderniste. Anche se il contesto può sembrare apocalittico c’è motivo di essere molto ottimisti”. Ottimismo, in realtà, che è tutto di Birnbaum, fiducioso che la ragione che ha prodotto disastri ci salverà dalla catastrofe. Ecco, così, che il rebut fin qui prova di consumo e benessere diventa elemento dove la vita ricicla se stessa. Nella già menzionata Potrc, nei suoi progetti di razionalizzazione di villette e appartamenti; nella gigantesca architettura d’interni di Yona Friedman, fatta di materiali poveri e leggeri a tal punto da essere sospesi sulla testa dei visitatori; nelle sculture di Falke Pisano, moderniste, ma costruite con materiali umili e deperibili: scampoli di stoffa, bambù e qualche metro di spago. E ancora, nel finto villaggio africano di Pascale Marthine Tayou dove una montagna di simil rifiuti porta l’immagine delle discariche in uno dei templi del contemporaneo. Nessuna opera, si potrebbe obiettare, colpisce per qualità, inventività o rimane impressa. Ma è il prezzo da pagare per un’estetica del sotto tono, per un’arte che non ambisce più a inventare o a stupire ma che vuole contribuire, con i mezzi che le sono propri, a trovare soluzioni per problemi ineludibili e non più procrastinabili.

Qualche eccezione a inizio e a fine delle Corderie, in opere pensate per mostrarci il principio e il fine ultimo dell’arte che una società finalmente sbarazzata dai suoi rifiuti dovrebbe promuovere: la ricerca individuale di senso, l’interrogativo sul significato della vita, l‘espressione frugale del sapere e dell’emotività. Così è in Ttéia di Lygia Pape, prima opera del percorso dove fili di rame sospesi in uno spazio semi-buio “si dissolvono nell’immaterialità cosmica di una scultura che sembra fatta di pura luce”. O nei sedici specchi di Pistoletto al cui interno riflettersi per sentire che l’arte è interrogativo sulla vita e dare inizio alla ricerca. Analogamente per l’epilogo, quando dopo aver superato le urgenze di una contemporaneità in crisi, si può tornare all’arte fine a se stessa. Con la splendida stanza di Chu Yun dove vecchi elettrodomestici tenuti accesi nel buio con i loro rumori e le loro lucette trasformano lo spazio in un cosmo spirituale. O con i vetri colorati di Spencer Finch montati nelle ampie finestre delle corderie per conferire valenze meditative alla luce esterna, demistificando lo spazio creato dall’uomo e facendone luogo di effetti naturali.
Percorse le Corderie e il padiglione Italia, però, l’interrogativo resta. C’è un futuro per il criticismo razionale di Birnbaum, per il suo ottimismo, per la sua riforma del mondo? Per abbozzare una risposta, basta fare un giro nell’altra metà della Biennale. Basta spingersi oltre il percorso istituzionale, là dove i padiglioni nazionali vengono gestiti con criteri più vicini al funzionamento delle società contemporanee: il mercato e la concorrenza tra sistemi nazionali. Dopo aver cercato rimedi a un industrialismo in crisi, ecco nuove opere e progetti determinati a ingombrare i pochi spazi rimasti liberi nelle nostre campagne e nei nostri appartamenti. Qualche decina di metri dall’istallazione di Spencer Finch, ed eccoci piombati nella sezione degli Emirati Arabi Uniti, sbalorditi davanti al plastico dei nuovi quartieri in progettazione a Dubai. Qualche isola artificiale, un enorme museo d’arte contemporanea firmato Zaha Hadid, manco a dirlo, tutto ferro e cemento. Poi, in Francia con Grand Soir, retrospettiva iper-decorativa di Claude Lévêque, artista prediletto dalla destra d’oltralpe, con una riflessione scintillante sui rischi autoritari che si nascondono nelle società dei consumi, caduca quanto una conversazione radicalchic. Infine, il padiglione italiano, con un ritorno massivo a quel figurativo neo-accademico che ingolfa da anni i depositi dei musei nostrani con opere prive di valore estetico e commerciale già difficili da riciclare.






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