Simone Verde


28 maggio 2009
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A Punta della Dogana, aspettando il diluvio

A colloquio con Francesco Bonami

 
A Punta della Dogana, aspettando il diluvio

«Una mostra di esemplare sobrietà, una lezione all’Italia». Così Francesco Bonami a Europa a pochi giorni dall’apertura di Punta della dogana e di Mapping the studio, mostra antologica della collezione di François Pinault che, divisa tra Palazzo Grassi e il nuovo spazio espositivo, attrarrà i riflettori in giorni tradizionalmente cari alla Biennale. «Malgrado i sospetti – dichiara il curatore – non c’è nessuna concorrenza. Soltanto spirito collaborativo». A destare curiosità, la trasformazione del prestigioso spazio seicentesco tenuta segreta fino all’ultimo perché, nello stile caro a Pinault, faccia evento. Anche se la collezione del magnate francese è nota e il lavoro dell’equipe che ha dato ampiamente prova di sé a Palazzo Grassi non dovrebbe presentare sorprese.

A cominciare dal minimalismo Zen dell’architetto Tadao Ando che si terrà a distanza dalle strutture antiche, ma sempre in dialogo con Venezia grazie alle numerose aperture sulla laguna. Poi, arte come prodotto di lusso sotto le mirabili cure di Alison Gingeras e Francesco Bonami. Articolata in spazi asettici come cliniche ma confortevoli e silenziosi come costosissimi appartamenti. Spazi dove la luce è perfetta e la temperatura è tale che né si suda né si prova freddo e si dimentica quasi di avere un corpo. Illuminazione diffusa su volumi di pietra, vetro e cemento, opere dove un concettualismo non cerebrale si coniuga volentieri a materiali industriali cari al minimalismo, stemperati da qualche provocazione intellettuale o inflessione decorativa. Insomma, lo spazio di vita perfetto per un imprenditore del lusso che ama vedersi circondato da opere che celebrano la sofisticatezza del suo mondo. «Una collezione – argomenta Bonami – che costituisce un percorso personale negli ultimi trent’anni». Delle 2500 opere, saranno visibili 250, tra cui pezzi di Jeff Koons, Cindy Sherman, Cady Noland, Rachel Whiteread, Takashi Murakami, Jake e Dinos Chapman, Rachel Harrison, Richard Hughes, Nate Lowman, Francesco Lo Savio, Maurizio Cattelan e tanti altri. Artisti che per lo più hanno investigato la società industriale, la sua cultura e le sue virtù democratiche e razionali.
Ma cosa resta di queste virtù in mezzo alla maggiore crisi economica e finanziaria del dopoguerra, dopo che un lungo impero degli istinti ha vanificato i principi razionali che avrebbero dovuto presiedere alla tutela del bene comune? «Subito dopo la crisi – ammette il curatore – abbiamo temuto che la nostra fosse un’operazione anacronistica. Siamo stati convocati da Pinault che ci ha avvertiti: “La festa è finita, ci vuole sobrietà”. E su questo principio ci siamo mossi. Scegliendo i lavori per le loro qualità intrinseche e in attento dialogo con gli spazi. Il risultato è talmente riuscito che ne siamo rimasti stupiti noi stessi». Resta il fatto che a essere celebrata, nell’architettura e in numerose opere, sarà ancora una volta un’estetica della sofisticatezza, raffinata e altamente razionale, ma avulsa dalle estetiche di massa, dalle piaghe del mondo contemporaneo e dai suoi processi.

Quanta anidride carbonica ci vuole, infatti, per produrre opere di Cady Noland o di Jeff Koons? E ancora, di quanti smalti tossici e di quanta plastica fa uso Takashi Murakami? Fuori provocazione, quali sono i catastrofici e organici risvolti dell’utopia razionalista dell’industria svelata magistralmente da Damien Hirst che, «troppo osannato da un mercato sott’accusa», è stato paradossalmente escluso dalla mostra? Insomma, perché l’utopia sia credibile, non c’è uno sfasamento troppo ampio tra la realtà e il mondo frequentato dalle classi dirigenti, tra le oasi estive dove stazionano le loro imbarcazioni e la natura devastata dei litorali popolari? Tra gli interrogativi, i valori estetici dell’arte che si rivolge ai loro portafogli e le sfide delle società contemporanee alle prese con terribili accelerazioni della storia? «L’arte – rassicura Bonami – è sempre stata un bene di lusso. Quanto a Pinault, ha seguito la sua sensibilità personale, un certo cartesianismo conservatore e un gusto che non è sovrapponibile alle tendenze del mercato. È la passione di un uomo di 73 anni che ha deciso di spendere 30 milioni di euro per un bene che tornerà a un paese che non è il suo. In questo, dovrebbe essere d’insegnamento all’Italia». Il riferimento polemico è al Padiglione italiano alla Biennale diretto da Luca Beatrice e da Beatrice Buscaroli che vorrebbe scimmiottare Bonito Oliva e Szeemann, segnando il ritorno a un certo accademismo neo- figurativo. «Visitando il padiglione – racconta – mi è sembrato uno scherzo. Il nostro è un paese strampalato, dove non si capisce più di cosa si sta parlando».

Forse, ha ragione Pinault: se uno se lo può permettere, meglio astrarsi alle temperature e alle luci indubbiamente perfette della sua collezione. Meglio consacrarsi al mapping proposto dai curatori, all’esercizio cognitivo dell’arte che muta significato «nei diversi passaggi dalla mente creativa, nella creazione vera e propria, nelle mutazioni legate alle scelte del collezionista e dei curatori». Grazie a una decostruzione del senso che ci promette di decodificare il perpetuo rivoluzionarsi della realtà e di affissarlo una volta per tutte. Sperando di non essere sorpresi, uscendo, da un innalzamento imprevisto delle acque.






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