Simone Verde


24 maggio 2009
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L’utopia modernista di Bata

Arte totale, dall'urbanistica alle scarpe

 
laboursquare

Cosa c’entra con l’arte la suola di una scarpa? E un pneumatico, una maschera antigas, un’etichetta di carta? Niente, si direbbe. In realtà, invece, c’entra molto: quando si tratta del pezzetto di un universo che aspira alla perfezione, anche l’oggetto più vile può diventare un’opera d’arte. È l’insegnamento dell’industriale ceco Tomas Bata ripercorso da un’intelligente mostra alla Galleria Nazionale di Praga.
La storia comincia in una famiglia piccolo-borghese della campagna boema. La tenacia contadina, calzolai per generazioni e, infine, la riuscita. Alla base di tutto, la fiducia incondizionata nelle capacità umane e una squadra di visionari pronti a dare forma concreta a un’utopia razionalista. Scarpe, pneumatici, tutti i possibili derivati dal chauchu, ma anche una città industriale modello (Zlín) provvista di teatri, cinema e case operaie. E ancora, prodotti basati sulla purezza delle forme geometriche e una catena di negozi concepiti, come tutto il resto, secondo i più squisiti criteri modernisti. Il risultato, un microcosmo ideale fatto in serie, determinato a interpretare ogni aspirazione e dove tutto segue la stessa idea di come la vita essenzialmente è e di come, perciò, dovrebbe svolgersi.
Di fronte a casi come quello del signor Bata viene da chiedersi se a un certo punto gli artisti, sedotti dal potenziale poietico dell’industria, non si siano trasformati in designer. L’esatto contrario, cioè, di quanto generalmente afferma la critica, quando sostiene che pian piano sarebbe il design a essere diventato un derivato dell’arte. Le prove a sostegno del capovolgimento di prospettiva non mancano certo. Sono le decine di docenti e corsisti Bauhaus che durante la guerra sono finiti a insegnare negli istituti di design industriale statunitensi. Sono Max Bill e László Moholy-Nagy. Generazioni di potenziali artisti che hanno letto i loro scritti e seguito i loro corsi. Uomini come quelli supportati dal mecenatismo del signor Bata che hanno investito nella realizzazione in serie di un progetto estetico grazie alla moltiplicazione delle capacità creative permessa dall’industria.






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