Simone Verde


24 maggio 2009
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Cimiteri domestici

Letteratura: dalla vita alla morte, alla vita

 
Giuseppe Marcenaro

Finora nessuno ci aveva pensato, ma i cimiteri sono come archivi inesauribili della vita; le pietre tombali, schedari di biblioteche a cielo aperto dove ossa su ossa si compone la stratigrafia di inesauribili giacimenti esistenziali. Se nessuno ci aveva pensato, a scrivere il primo capitolo di questa storia è ora Giuseppe Marcenaro con il suo ultimo libro: Cimiteri, storie di rimpianti e di follie (Bruno Mondadori, 18 euro). Alternativamente, però, se le necropoli sono biblioteche e archivi, archivi e biblioteche sono necropoli. Le scaffalature che riempiono le nostre case, allineamenti di loculi e fornetti dove, volume dopo volume, albergano le ceneri intellettuali di migliaia di defunti. Questa, l’idea all’origine del libro, idea universale visto che tocca l’essenza della letteratura e della vita, condannata a finire e per questo molto più adatta a insegnarci qualcosa quando ci parla dall’oltretomba.

A compiere la paziente riesumazione è ovviamente l’autore, dedito a sottrarre i volumi delle nostre biblioteche casalinghe alla contemporaneità del quotidiano e a svelarli come in realtà sono: morti. E a far tornare tra noi le voci degli scomparsi che li hanno scritti. In Pellegrinaggio, terzo movimento della vivifica antologia, Marcenaro procede alla riesumazione di Arthur Rimbaud partendo alla ricerca delle tracce da lui lasciate. Da Charleville ad Aden, da Aden a Charleville, in una fossa dove la madre fece scavare il doppio loculo che avrebbe ospitato il suo corpo accanto a quello del figlio. Poca roba, in una città che lucra irriconoscente sulla sua memoria: un’insegna, un volto del poeta stampato su qualche porcellana e un trascurato sepolcro. Cosa resta, là dove ha vissuto, delle sue Illuminazioni? Ben poco. Un effimero che ci illumina sul loro profondo significato nell’incerto passaggio su questo mondo.
E così per Helene Weigel, Félix de Beaujour, Keats e Shelley, Johann Joachim Winckelmann, Karl Marx e altri illustri più o meno noti. Dove, fatta morire con i suoi autori, la letteratura finalmente resuscita e torna a parlare della paura del nulla o, come in Foscolo, della speranza di sopravvivere almeno nella memoria dei posteri. Paradosso necessario perché scrittori e intellettuali ridivengano esseri umani e perché la letteratura continui a esistere in una società che esorcizza la paura della morte, illudendoci nell’eterna giovinezza dei miracoli riproducibili della tecnica.






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