Simone Verde


22 maggio 2009
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Nel Seicento, la Praga spagnola. Di Zapatero

Revisionismi e riscritture della storia

 
Nel Seicento, la Praga spagnola. Di Zapatero

La storia, si sa, la scrivono i vincitori. E quando i vincitori cambiano si prende a riscriverla, a volte contro ogni evidenza. È il caso di una curiosa iniziativa fino al 28 giugno al castello di Praga: “Praga spagnola”. Il tema è di sicuro interesse e merita un approfondimento. I complessi rapporti intercorsi tra Boemia e Penisola Iberica. Dai pellegrinaggi a Santiago de Compostela alle alleanze politiche in epoca moderna dovute alla sconfitta protestante nella battaglia della Montagna bianca (1620) e alla controffensiva cattolica. Tanta materia da approfondire, alla ricerca di una matrice minore ma non per questo trascurabile della cultura boema.

E invece no. Come ammettono i curatori (finanziati dall’ambasciata di Spagna) lo scopo della mostra «è di dimostrare che, malgrado l’influenza italiana, la Spagna, nazione leader del XVII secolo ha introdotto molti elementi che sono parte ancora oggi della vita boema». L’operazione è chiara: nell’est ex-comunista, in un paese alla ricerca di radici occidentali, riscrivere la storia e trovare nuove ascendenze, scegliendo i migliori interlocutori. Non l’Italia, minimizzata poiché percepita come in pieno declino, non la Germania o l’Austria, troppo vicine e pericolose, ma la Spagna, dinamica, moderna e per di più lontana.
Superfluo sottolineare come nei decenni ricostruiti dalla mostra decine di artisti partiti direttamente da Roma abbiano attraversato le Alpi con l’intento di sedare la rivolta protestante sotto una coltre sfavillante di retorica barocca. Inutile affermare come l’influenza spagnola, importante nella vita di corte, fosse debole sul versante delle arti figurative cui è consacrata la mostra. Peccato, perché l’idea era buona. Comunque sia, quel che interessa è il meccanismo. Il declino dell’immagine dell’Italia, certo, ma soprattutto il meccanismo che presiede alla scrittura e alla riscrittura delle identità e della storia.
Ecco allora che un dipinto provincialotto di Jan Jiří, pittore boemo, diventa esempio di influenza iberica. Il santo ritratto (Francisco de Javier) sarà pure spagnolo, ma la tela è veneziana, ha colori tizianeschi e composizione architettonica alla Veronese. Idem per un San Giacomo pellegrino di un anonimo scultore locale, versione paesana del san Longino del Bernini nella basilica di San Pietro. Gli spagnoli, in tutto ciò c’entrano ben poco, ma il messaggio è chiaro: nella competizione globale, i vincitori sono loro.






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