Simone Verde


16 maggio 2009
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La rivoluzione di Giotto

Il rinascimento della ragione

 
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Secondo il celebre storico dell’arte Julius von Schlosser la fine del medioevo cominciò quando la teologia cristiana tornò a cercare Dio nell’esperienza sensibile. Per rendersene conto basta fare un giro alla mostra Giotto e il Trecento ospitata a Roma al Vittoriano. Basta fermarsi davanti al Polittico di Santa Reparata e apprezzare da vicino la concretezza divina degli arbusti che svettano sul rilievo roccioso tutt’intorno a san Giovanni Battista. O meravigliarsi davanti al santo Stefano della Fondazione Horne e al chiaroscuro delle sue mani che ne fanno una presenza tra le altre in un mondo che sembra di carne e ossa. Stando al von Schlosser, così, la svolta affonderebbe le radici nel Duecento dei comuni, nell’emancipazione collettiva degli europei che grazie alla costanza dei loro sforzi andavano vincendo l’assoggettamento alla natura. Da qui, l’abbandono dell’idealismo neoplatonico medievale e agostiniano a profitto del più concreto Aristotele latino.

Se prima di fare un giro alla mostra di Giotto, poi, si volesse approfondire il senso della svolta, è disponibile in libreria il quarto volume della storia della teologia diretta da Inos Biffi e Costante Marabelli (Jaca Book, 69 euro). Il titolo del volume è tutto in tema: La nuova Razionalità. Dove ci viene spiegato come «dal XII fino al XVI secolo, aristotelismo significò razionalità, scientificità», in una parola, riscoperta del valore teologico dell’esperienza sensibile. A cominciare da san Tommaso, morto quando Giotto aveva sette anni, che a partire dalla fisica aristotelica dimostrò come non ci fosse contrasto tra le verità della fede e le scoperte compiute autonomamente dalla ragione. Il processo di emancipazione sarebbe stato lento ma inesorabile. La maturazione di una nuova sensibilità, di un equilibrio tra uomo e creato, sarebbe cresciuta assieme alla tecnica, al commercio e avrebbe anticipato il Rinascimento. Quale migliore immagine di questa rivoluzione del san Francesco della basilica superiore di Assisi che parla agli uccelli – fratelli dell’uomo e figli di Dio – in una natura dove le creature non sono astratte allegorie del disegno divino ma individui reali ben saldi nello spazio, cui il santo si rivolge da pari a pari? Se dopo aver sfogliato il corposo volume di Biffi e Marabelli, perciò, il lettore si trovasse a fare un giro nella mostra del Vittoriano capirebbe ancora meglio le proporzioni della rivoluzione giottesca. E potrebbe più facilmente sormontare le difficoltà di una letteratura contemporanea molto attenta alle fonti e ben poco alla società e alla storia delle idee. Che, in preda a nevrosi iperspecialistica, si lascia andare a pagine e pagine di interrogativi che, in assenza di nuove scoperte documentali, sono destinati a rimanere inevasi.
Che si arrovella da anni sull’origine del genio giottesco, che si meraviglia scoprendo qui e lì validi precursori ma che pena a guardare al tutto un po’ più da lontano. Ha veramente senso, infatti, continuare a spremere i soliti documenti per scoprire se Cimabue sia o stato meno il maestro di Giotto? Non basta indagare la filiazione tra i due pittori nella riscoperta della natura per società in pieno progresso tecnologico e civile, nella crescente curiosità antiquaria e classica tra Due e Trecento? Analogamente per i contemporanei: Giotto e Cimabue influenzati da Cavallini o viceversa? In assenza di nuove scoperte, non basterebbe spiegare le similitudini nella nascita di società complesse alla ricerca di radici storiche, nel bisogno diffuso di origine classiche capaci di giustificare le rivendicazioni reciproche dei comuni italiani e del papato di fronte all’Impero? Per sperimentare il senso di questi interrogativi, non resta che ammirare le centocinquanta opere esposte al Vittoriano fino al 29 giugno, con l’ambizione di ricostruire il ruolo innovatore di Giotto, di fotografare le correnti diffuse a seguito della sua lezione e dei suoi numerosi spostamenti tra i vari comuni italiani: Assisi, Roma, Rimini, Bologna, Padova, Napoli, Milano. Da così tante opere, apparirà il ritratto di un’Italia giottesca che si predispone all’arrivo del Rinascimento. Da Puccio Capanna, dalla scuola assisiate a Giottino, da Paolo Veneziano a Giuliano da Rimini, da Giovanni Baronzio a Giovanni da Milano. Centocinquanta opere che mostrano il radicale cambiamento che investe le arti figurative, la scultura, la miniatura e le arti applicate. Sempre presente, il volto articolato della rivoluzione inaugurata dal Duecento e in un Trecento in piena crescita. La ritrovata dignità dell’universo sensibile trasposto in pittura attraverso forme di prospettiva empirica. Il riscoperto amore per il mondo, rappresentato nuovamente nei suoi colori. Una rivoluzione sociale, scientifica e culturale avviata parallelamente nei numerosi centri dell’arte italiana che il passaggio di Giotto, come in un processo di precipitazione chimica, ha accelerato e portato d’un tratto a compimento.






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