Simone Verde


13 gennaio 2009
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Morandi, l’arte della crisi

Da New York a Bologna

 
Morandi, l'arte della crisi

Mentre esplodevano bombe nella macelleria di due guerre mondiali, Giorgio Morandi non si sarebbe mai separato dal suo pennello per dipingere le caffettiere, le bottiglie e i bicchieri di casa sua. Unica concessione, qualche paesaggio. Pittori tra i più schivi del Novecento, la sua vita si sarebbe ridotta a due eventi: una breve partecipazione alla guerra nel 1915 e la nomina a direttore delle scuole primarie nella provincia di Reggio e Modena.

Sessant’anni di stereometria domestica che, dopo aver entusiasmato il pubblico del MoMa, approda ora al MAMbo di Bologna (dal 20 gennaio). A New York ventimila ingressi in tre settimane, per la terza mostra più visitata dell’anno che in Italia si preannuncia di sicuro successo. Come spiegare che un artista ermetico e schivo, autore di tele apparentemente identiche a sé stesse, sia tra i più apprezzati del momento? Forse una risposta c’è: la crisi, la mancanza di progetti collettivi e la ricerca della salvezza nella dimensione individuale. Benché la sua opera partecipi del suo tempo, infatti, Morandi è la fuga ossessiva dal mondo nella perfezione del microcosmo, tra i volumi, le proporzioni e i colori degli oggetti quotidiani. Preferibilmente al caldo della cucina, quando fuori infuria la bufera. E siccome quella perfezione si rivela soltanto nella dimensione ideale di piccole tele, per avere successo si deve insistere con gli stessi bicchieri, con le stesse caffettiere e con le stesse bottiglie. Fin quando la combinazione giusta non riveli l’ordine nascosto.

Come allora, anche oggi, sotto la tempesta della crisi finanziaria, davanti a conflitti che sembrano insanabili e a fronte di una sfiducia crescente sulle capacità degli uomini. Ora che il mercato dell’arte contemporanea è in tilt, le quotazioni dei grandi artisti stanno perdendo smalto e nessuno si sognerebbe di sperimentare nuove forme di impegno. E così, quando la bolla speculativa si sgonfia e le opere di grido costano sempre meno, le vecchie cose di casa salgono di valore. Tanto più che nel rapporto pittorico tra una tazza e un barattolo si può ritrovare la geometria perfetta di un Cézanne, l’astuzia intellettuale di un Damien Hirst, la monumentalità e la spiritualità di un Giotto.






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