Simone Verde


3 gennaio 2009
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Il museo, impostura illuminista

Il libro di Dominique Poulot

 
BritishMuseumFront

Strana creatura, il museo, istituzione giovane che tutti credono antica. Immagine esemplare dell’Europa moderna che un piccolo libro di Dominique Poulot (Musei e Museologia, Jaca Book, 15 euro) ci racconta nella sua recente ma intensissima storia. Cosa c’entra infatti con i suoi archetipi leggendari, il mouseion, la collina ateniese dedicata alle muse o l’antico complesso principesco di Alessandria, stracolmo di libri e opere d’arte, che il faraone Tolomeo Filadelfo II volle per sé? C’entra ben poco, se non che per legittimare la sua avventura profana, l’Europa secolarizzata dovette inventarsi il mito di una discendenza classica.
Come ci ricorda Poulot, la storia del museo è la splendida impostura illuminista di una comunità che, non iscrivendosi più nell’ordine cosmico di una religione, ebbe bisogno di illustri precedenti per giustificare se stessa. Ne nacquero il museo, appunto, e la democrazia dei moderni, idee così profondamente radicate in noi da sembrarci pacifiche e innate. A ricordarcelo è sempre l’autore, che ricostruisce l’operazione culturale compiuta da illuminismo e positivismo, innalzando assemblee elettive o istituzioni museali, templi moderni di un ideale classico del tutto immaginario. Qualche conferma? Le facciate neoclassiche di numerosi parlamenti e musei in giro per il mondo, facciate bianche che non hanno niente a che vedere con i colori dell’antichità. O una visita a qualche pinacoteca diocesana per sperimentare la strana condizione di pale d’altare, opere d’arte sacra che i curatori religiosi tentano invano di valorizzare nella loro dimensione devozionale: repertoriate come fossili, hanno perso tutta la loro energia spirituale e finiscono per apparire come trofei della ragione che le ha catalogate.
Ma se il museo è una creazione razionalista, se – come ci suggerisce Poulot – è l’istituzione più rappresentativa della modernità classica, cosa c’entrano la gestione imprenditoriale e le privatizzazioni tanto popolari nell’Italia degli ultimi decenni? Come ha scritto recentemente Antonio Paolucci sull’Avvenire biasimando la nomina di un dirigente di Mc Donald a super manager dei nostri musei, non c’entrano proprio niente. Sono un’ulteriore prova dello smarrimento della nostra cultura e della crisi delle sue radici storiche.






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