Simone Verde


1 gennaio 2009
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Munari, l’arte come design

Una mostra all’Ara Pacis di Roma

 
Munari, l'arte come design

«Semplificare è segno d’intelligenza», ha scritto Bruno Munari in uno dei suoi celebri aforismi. Poiché «togliere significa andare all’essenza delle cose», secondo un’altra definizione che apre la mostra per il centenario dalla sua nascita (all’Ara Pacis di Roma fino al 22 febbraio). Sullo sfondo il miracolo economico, l’orgoglio di chi ha compiuto il salto più spettacolare nella storia; l’intelligenza collettiva di operai, designer, ingegneri e architetti spesso anonimi che hanno concepito le lattine da cui beviamo, le penne a biro con cui scriviamo, le buste di plastica con cui facciamo la spesa. In una parola, la trasformazione dell’arte in design, il passaggio dalla creazione al prodotto che, come quadri o scuture, serve a migliorare la vita, ma è alla portata di tutti.

Negli stampi industriali, infatti, i pionieri del design non colavano soltanto metallo e plastica ma tutta la cultura dell’estetica modernista, da Cézanne, a Picasso. Anche negli oggetti di Munari, dove è facile ritrovare Braque, Malevič o addirittura l’impressionismo. Come sottolineano i curatori della mostra, le sue sculture portatili sono figlie del Cubismo, i suoi giochi per bambini praticano il Divisionismo, i suoi oroglogi e le sue illustrazioni sono eredi del Suprematismo. E seguono sempre gli stessi principi: dare a tutti quello che era accessibile a pochi, grazie a conoscenze sublimate nello sviluppo dell’industria. Ricondurre lo spazio reale alla bidimensionalità astratta della linea e il tempo di esecuzione alla struttura logica del progetto.

Tutto ciò, con umorismo. Tra giochi di parole, funambolismi e capovolgimenti. Perché per Munari il design è una cosa seria che spazza via gli steccati, esalta la creatività e mette in crisi la defenizione tradizionale dell’arte. «Se tutto è arte», scrisse con il consueto gusto per il paradosso, «niente è arte». Se quello di cui abbiamo bisogno è disponibile subito e per tutti, a cosa servirebbe sognare paradisi estetici futuri? Ed è per questo che all’epoca del boom, quando c’era richezza per tutti, la democrazia industriale portò alla “crisi dell’arte” a profitto di oggetti tecnicamente riproducibili. E non appena l’economia rallentò e la ricchezza fu meno equamente distribuita, ricomparvero in massa gli artisti, i pezzi unici e i soliti pochi che ripresero ad accaparrarseli.






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