Simone Verde


18 dicembre 2008
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Lo stato dell’arte (contemporanea)

Italics, Viva l’Italia, Futurismo: divisi tra accademismo e nuove tendenze

 
Lo stato dell’arte (contemporanea)

A quasi un decennio dalla fine del Novecento, per l’arte italiana è momento di bilanci. A far emergere un dibattito che da anni si svolge lontano dal pubblico, è la mostra curata da Francesco Bonami. Italics (a Palazzo Grassi fino al 22 marzo) punta dell’iceberg di una ricerca condotta in ordine sparso. E poi Viva l’Italia di Luca Beatrice (fino all’11 gennaio a palazzo della Penna, Perugia), altro tentativo di raccontare l’ultimo scorcio di cultura italiana, questa volta attraverso la riflessione estetica sul paesaggio urbano. Per finire, la grande rassegna sul Futurismo al Centre Pompidou di Parigi (fino al 26 gennaio), pretesto per discutere del secolo a cominciare dal movimento che nel nostro paese lo ha tenuto a battesimo.

Che fosse nella mostra del 2000 alle Scuderie del Quirinale (Novecento. Arte e storia in Italia); in quella del 2005 al Mart di Rovereto (Futurismo. Novecento. Astrazione); nella prima ricognizione sistematica di Adachiara Zevi, Peripezie dell’arte italiana (Einaudi, 2006) o nella Storia dell’arte contemporanea in Italia di Renato Barilli (Bollati Boringhieri, 2007), l’imbarazzo è sempre lo stesso. Ricomporre un quadro frammentario, stilare la storia di un paese diviso tra accademismo e aspirazione contemporanea. Come scrive Bonami nel catalogo di Italics: «La nostra è una situazione unica al mondo (…) un paese con moltissimi talenti impossibilitati a superare l’invisibile barriera che li ha intrappolati». Un paradosso dovuto «al dominio di clan che, volendo proteggere i propri figli, hanno finito per opprimerli ». A corroborare questa tesi, il fatto che possa essere estesa a tutta la storia italiana del secolo scorso: nella travagliata formazione di una società civile, nelle difficoltà della democrazia rappresentativa, nella latente seduzione ideologica e autoritaria, nella faticosa affermazione dei diritti. In una parola, nella difficoltà a trasformarci in società liberale e quindi contemporanea. Basata, cioè, sulla coesistenza, il rispetto e la valorizzazione reciproca di visioni del mondo attive contemporaneamente. Sullo sfondo, l’equivoco storiografico maggiore, l’identità storica del futurismo. La sua dimensione culturale e la sua identità estetica.
Rivendicato dai nostri critici come prima avanguardia storica del Novecento, utilizzato come mezzo per traghettare tutta l’arte italiana del secolo scorso in Occidente, è stato ormai assunto a vera e propria causa nazionale. Al punto che il 15 ottobre scorso, i festeggiamenti del Centre Pompidou per i cento anni del manifesto di Marinetti sono stati interpretati come uno scippo ai danni della cultura italiana. E al punto che il movimento milanese, pieno di ambiguità reazionarie, è stato trasformato dalla critica in una vera e propria avanguardia modernista alla stregua di Cubismo, Suprematismo e Bauhaus. Proprio Marinetti che non ha mai sostenuto l’emancipazione intellettuale dell’artista, che a differenza di un Braque o un Picasso non ha mai affermato il valore gnoseologico dell’opera d’arte ma si sarebbe limitato a auspicare la violenza per rimpiazzare il vecchio accademismo con un altro. Per sostituire le statue equestri delle piazze meneghine con fiammanti motorizzate a gloria della nuova borghesia milanese. Per dirlo con parole sue: «Ecco una nuova bellezza che noi futuristi sostituiremo alla prima» (Splendore geometrico e meccanico, 1914).

Ancora una volta ha ragione Bonami quando denuncia «l’equivoco fatale che ha confuso la sperimentazione e l’avanguardia con una ricerca estetica fine a se stessa o sfruttata per rafforzare il luogo comune del genio italiano». Un equivoco che, cominciando dal supposto modernismo futurista, coinvolge anche molti altri movimenti novecenteschi che ambiscono a una dimensione contemporanea. A cominciare dall’Arte povera, nata come ritorno alla natura e alla tradizione artigianale italiana contro le culture del capitalismo statunitense. Per finire con la Transavanguardia, che «viene ingoiata da una critica autoreferenziale e marginale che ripiega sulla catastrofica idea del genius loci». Tutti elementi che emergono anche nella bella mostra di Luca Beatrice a palazzo Penna, dove l’immaginario dei nostri artisti sul mondo urbano – da De Chirico, Sironi a Rossi, Guttuso, Lodola e Pignatelli – rimane sospeso tra figurativismo accademico e aspirazione alla contemporaneità.

Venendo a Italics resta da chiarire perché, così ricco di buone intenzioni, Bonami si sia tirato dietro soprattutto polemiche. La risposta l’ha fornita Angela Vettese: la mediocrità della maggior parte delle opere esposte. Ciò perché la mostra ha l’ambizione di creare un percorso alternativo nell’arte italiana così come sarebbe potuta essere se il nostro paese fosse stato diverso da come è. Per «immaginare cosa sarebbe potuto accadere all’arte italiana se si fosse mossa come una popolazione fatta di persone». Tentativo fallito perché tenta di immaginare un universo, un sistema culturale che non c’è. E che ci fotografa ancora una volta divisi tra ricerca di nuovo accademismo e tendenze contemporanee di alcune, isolate, notevolissime individualità centrifughe. Burri, Colombo, Fontana, Basilico, Cattelan e pochi altri, spesso cresciuti e fioriti all’estero.






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