Simone Verde


15 dicembre 2008
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Bellini, il colore sbiadito degli italiani

Tra evento e velleità, la mostra di Roma

 
allegoriasacra[1]

«Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani». Così Massimo d’Azeglio a qualche anno dalla morte e subito dopo il trasferimento della capitale a Firenze. E a quasi un secolo e mezzo di distanza, come sappiamo, il lavoro è ancora da finire.

Lo dimostrano addirittura le vicissitudini espositive di un maestro del Rinascimento e di un fondatore indiscusso dell’arte italiana come Giovanni Bellini, che soltanto dopo cinquantanove anni e per la seconda volta nella sua lunga vicenda storiografica viene omaggiato da una grande mostra retrospettiva di rilievo nazionale (alle Scuderie del Quirinale fino all’11 gennaio). Situazione analoga per altri maestri quali Giorgione o Veronese, per fare due nomi. O quali Antonello da Messina o Sebastiano del Piombo le cui prime retrospettive, dopo secoli di storiografia artistica, sono state organizzate solo poco tempo fa. La ragione del ritardo, come premesso, sta nelle travagliate vicende della nazione. Al punto che, per un paradosso della storia, anche la frase patriottica sopra attribuita a d’Azeglio, da alcuni storici è ascritta a Ferdinando Martini, ministro liberale delle Colonie con Calandra, dell’Istruzione con Giolitti, infine firmatario del manifesto degli intellettuali fascisti.
La mostra delle Scuderie, perciò, è un vero e proprio evento che consegna al pubblico uno dei maggiori artefici della cultura italiana. La quale fu dapprima linguistica, letteraria, quindi estetica e poi politica. Come ricordano gli autori del catalogo (vera e propria monografia dovuta a specialisti del calibro di Peter Humfrey, Anchise Tempestini, Stefan Weppelmann e Carolyn Wilson), a Bellini va la riconoscenza di aver prodotto una sintesi tra il Rinascimento lombardo, fiammingo, veneziano e fiorentino, indispensabile per la nostra cultura e per la storia successiva dell’arte. Di aver formulato quell’intellettualismo atmosferico e quel gusto per il colore che dal Quattrocento avrebbe spianato la strada a Rubens, Courbet, fino a Pollock.

Un percorso documentato dalle opere esposte alle Scuderie: dalle prime tavole devozionali, all’Ebbrezza di Noè (definita da Longhi capostipite della pittura moderna), passando per la teologica Pala di Pesaro. Peccato però che, seguendo una strana logica, i curatori non abbiano previsto nessun testo per aiutare i visitatori a districarsi nella lunghissima carriera del pittore. Una scelta curiosa che rischia di minimizzare l’impatto sul grande pubblico, ribadendo ancora una volta l’attualità del celebre monito del D’Azeglio.






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