Simone Verde


14 dicembre 2008
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L’Europa liberata dal liberismo

La crisi del capitalismo e i nuovi scenari. Parla il sociologo Alain Touraine

 
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«Rompere gli schemi e costruire dal basso, per uscire dal provincialismo di un’Europa allo stallo». È l’invito di Alain Touraine alle classi dirigenti e alla comunità accademica europea. «Descriviamo la realtà con schemi ottocenteschi – afferma il direttore di ricerca all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi – Compito degli intellettuali, è di di-svelare, di rendere visibile ciò che le nostre categorie critiche occultano. Compito della politica, è di fornire strumenti perché i cittadini ambiscano a diventare nuova classe dirigente». Secondo il sociologo francese, incontrato a margine del convegno di Quarta Fase ad Assisi, motore del rinnovamento sono «i cittadini presi nella loro individualità. La loro passione e sensibilità civile, portatrice di nuove istanze, di nuovi diritti, unici contributi al rinnovamento della democrazia ».

Il titolo di un suo vecchio libro invitava a “Liberarsi dal liberismo”.
Il liberismo si è tolto di mezzo da solo?

«Avviene sempre così: i dominanti non vengono rovesciati dai dominati, ma dall’enormità della loro ambizione. Dopo trent’anni di instabilità e di lotta all’ultimo sangue si chiude un ciclo. Unico rammarico, l’assenza politica dell’Europa».

Eppure sembra proprio l’Europa ad aver arginato la crisi.

«Mi creda, il peggio è da venire, non sappiamo nulla dell’impatto sull’economia reale.Quanto alle misure degli ultimi giorni, si tratta di provvedimenti presi all’ultimo minuto per correre ai ripari, privi di qualsiasi profilo politico».

È l’imbarazzo di una classe dirigente che si è battuta nell’ombra per fare dell’Europa una potenza liberista su modello statunitense?

«Dall’ingresso della Gran Bretagna l’Europa ha perso la sua aspirazione sociale, è diventata un volano della globalizzazione e il tecnicismo di Bruxelles è stato messo al servizio di una silenziosa rivoluzione liberista. Tutto questo è vero, ma è anche vero che la politica comunitaria si è rivelata sempre più contraddittoria e priva di una posizione politica comune».

Si tratta di provincialismo, dell’abitudine di ripercorrere, peraltro in ritardo, il dibattito statunitense?

«Non siamo indipendenti in nulla. È paradossale, per un continente abitato da oltre 350 milioni di persone, con un’economia tra le prime del pianeta. Guardiamo agli Stati Uniti, nel momento decisivo sono riusciti a tirar fuori Obama. Qui sono venti anni che non si vede un leader degno di questo nome. Il livello della classe politica francese è disarmante e credo si possa dire lo stesso per il resto del continente. A eccezione di personaggi come Blair o Zapatero, la cui statura viene relativizzata nel giro di una legislatura».

In questa crisi, le forze progressiste hanno responsabilità specifiche?

«Anche qui pesa un certo provincialismo. Quale dei nostri leader può presentarsi agli elettori per criticare il mercato che ha lodato fino a un giorno prima? Su questo sbandamento, ovviamente, pesano colpe storiche, tra cui un certo marxismo sopravvissuto troppo a lungo. Ma anche la scelta di sposare acriticamente l’etica del mercato, lasciando la difesa dello stato alla destra conservatrice e favorendo la vittoria di movimenti razzisti e nazionalisti».

C’è una via d’uscita?

I nostri popoli sono infinitamente più vitali e dinamici delle loro classi dirigenti.
Lo dico da studioso ma anche da cittadino: dobbiamo rinnovare la politica dal basso, fa«cendo attenzione a quanto succede nelle nostre società».

Denuncia una sfasatura tra paese reale e paese legale?

«Istituzioni e apparati ottocenteschi che vanno avanti per inerzia, soffocando ogni cosa. È come se su un campo passasse sistematicamente una trebbiatrice, falciando ogni cosa prima che i frutti fossero maturi. Quelle piante sono individui, cittadini che dimostrano sempre maggiore vitalità, rivendicando nuovi diritti civili, sociali che sono il sale della democrazia».

Quello che lei descrive non è il mondo degli anni Novanta, dove la crisi economica era accompagnata dall’emergere di nuovi soggetti? Laddove oggi dominano logiche comunitariste?

«Al momento siamo ancora in una fase di passaggio in cui il ripiego comunitarista avviene in mancanza di altre prospettive e senza smarrire il senso di sé. Un esempio? Anche quando danno fuoco alle auto, gli abitanti delle banlieue rivendicano quasi sempre libertà uguaglianza e fraternità. Segno che se il loro malessere venisse interpretato, porterebbe a esiti diversi».

Da qui costruire il futuro della democrazia? Dal richiamo cartesiano e illuminista alle capacità razionali dell’individuo?

«Si deve ricominciare dall’intelligenza e dal vissuto di ogni cittadino, dalla sua inviolabilità individuale portatrice di sensibilità civile. Il terreno della politica sta proprio qui, nel sentimento diffuso che la limitazione della libertà dell’altro, anche in un angolo recondito del pianeta, sia un attacco potenziale alla libertà di sé. Una convinzione che è terreno di azione politica».

Convinzione che esita a tradursi pratica.

«Ciò accade perché l’accademia, l’università e lo stato, così come li conosciamo, sono il frutto di un mondo al declino, uscito dalla rivoluzione industriale di metà Ottocento. Il nostro dovere di intellettuali e di uomini politici è di arrestare la trebbiatrice. Di decostruire il linguaggio di cui ci serviamo, gravato da schemi antiquati che occultano la realtà. Di disvelare, di restituire visibilità e dignità alle persone e alle loro infinite istanze, incoraggiando la liberazione di energie perché si organizzino in una nuova società».






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